CLAUDIO PENNA
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È l’anno 784 ab Urbe condita, Maria è sotto la croce di suo figlio. Cerca di capire.
Si sforza di capire.
Ha accettato qualcosa di inaudito, in un’epoca in cui il ripudio, la lapidazione e addirittura il rogo veniva utilizzato per le donne adultere.
Cosa era diventata, adesso lei, per la gente?
Come avrebbe accolto il suo giovane sposo, il tèkton Giuseppe, un simile affronto alla sua dignità?
L’aspetto umano di questa giovane coppia è al primo posto.
Lei “sa” che quel “fagottino” è speciale; crede in cuor suo, a quel messaggero incontrato in un pomeriggio assolato alla fontana, che le ha parlato di “Figlio dell’Altissimo”.
Ma lei è una donna, è una ragazzina e le domande che si pone, i problemi che incontra sembrano sovrastarla. Ma lei non teme.
Si impone di non temere.
“Non temere… Maria” se lo ripeterà spesso come sostegno nei momenti più difficili e incomprensibili.

Il romanzo storico ripercorre i rapporti tra i gruppi di Ebrei che vivono nella Palestina di 2000 anni fa e i rapporti con le varie popolazioni che hanno portato gli Ebrei ad essere governati prima da un re straniero, Erode Ascalonita, e poi direttamente dagli stessi Romani che, per l’ultima volta, distruggeranno il grande Tempio di Gerusalemme fatto ricostruire dal re Erode.


 

 Pagine tratte del romanzo...

Il mio Giuseppe forse mi ha vista appena sono tornata a Nazareth.
Forse mi ha notata proprio mentre stavamo festeggiando lo Yom Kippùr, il solenne giorno dell’espiazione: in quel giorno noi ragazze, vestite tutte di bianco, danziamo nei vigneti, sotto lo sguardo attento, indagatore e malizioso dei ragazzi, che sono lì anche per scegliersi la futura moglie. Non lo so, io non lo vidi… ma so che dopo qualche giorno suo padre venne a casa nostra, confabulò un po’ con il mio: gli disse che il suo giovane Giuseppe voleva sposarmi e contrattarono anche il mohàr, la somma che Giuseppe promise alla mia famiglia per me.
Era il quarto giorno della settimana, lo ricordo bene.
Ero stata promessa in sposa a Giuseppe; aveva deciso di sposarmi.
Da quel giorno, secondo la nostra tradizione, eravamo fidanzati ufficialmente.
Io ero una bambina, avevo poco più di quattordici anni: l’età comunque mi permetteva di poter dire anche la mia opinione in famiglia.
Non pensai affatto di rifiutare lo sposo che la mia famiglia aveva accettato per me. Non mi dispiaceva,
Giuseppe era un bel ragazzo, con i suoi capelli ricci...

(pagina 11)

 

Ma cosa mi stava dicendo quell’uomo che finalmente riuscivo a vedere in controluce, anche se ancora non in modo chiaro.
Aveva pronunciato una lunga frase, tutta d’un fiato.
Aveva detto delle cose incredibili che ruotavano nella mia testa, si inseguivano cercando un filo logico.
Io “piena di grazia”! Cosa significava? Che senso aveva tutto questo? Io concepirò e partorirò un figlio e, addirittura, quel io figlio siederà sul trono di Davide suo padre, regnerà sulla casa di Giacobbe in un regno senza fine!?
Si riferiva proprio a “quel” Davide? “Quel” Giacobbe a cui Dio aveva cambiato nome in “Israele”?
Tutto mi sembrava enormemente incredibile. Forse stavo sognando ad occhi aperti. Subito pensai a Giuseppe!
Avrei avuto un figlio con Giuseppe! Come Sara di Abramo, come Anna, Michal…
Ma io non ero sterile, o almeno così pensavo!
Poi non ero ancora sposata con Giuseppe, ero soltanto la sua promessa sposa, non abitavo ancora con lui, non ero certo stata con lui né con qualcun altro! Non mi era mai passata l’idea di stare con qualcuno che non fosse il mio Giuseppe! Come avrei potuto avere un figlio?
No, stavo sognando e comincia a raccogliere i cocci della brocca per andare via.
Ma lo sconosciuto riprese a parlare, sembrava quasi che mi avesse letto dentro...

(pagine 24-25)

 

A Betlemme, e in tutto il suo territorio, stava succedendo l’impossibile, dei soldati mandati dal re Erode avevano avuto il coraggio di eseguire l’ordine di quel re, sempre più anziano e sempre più crudele: stavano uccidendo dei bambini, degli innocenti.
Bambini neonati, di un anno, di due anni al massimo. Le urla che echeggiarono quel giorno furono agghiaccianti, non si erano mai sentite grida così strazianti.
C’erano madri alle quali venivano strappati di mano con la forza i loro neonati mentre allattavano; madri che avevano nascosto il loro piccolo e osservavano i soldati che irrompevano in casa e che frugavano tra il misero mobilio, tra le pelli e la lana; cercavano, ma speravano di non trovare nessuno: il pianto innocente però tradiva.
Un pianto di aiuto, diventava un pianto di condanna! Madri che spingevano la mano sull’innocente ferita dal quale era uscito il pugnale, sperando di fermare il sangue.
La brutalità dei soldati forse tradiva la loro stessa azione, forse non volevano fare quello che stavano compiendo, ma dovevano farlo; non potevano pensare a ciò che stavano facendo e molti coprivano con la brutalità il desiderio di fermarsi, di smetterla, di restituire il bambino vivo alla propria madre.
Qualcuno finse di non vedere il bambino avvolto nelle vesti di una donna. Volevano finire presto quel massacro.
In alcuni vicoli si vedevano donne stese a terra su un corpicino, donne che tremavano come una foglia e che si chiedevano quando sarebbe arrivato il liberatore, quando sarebbe arrivato il Messia che avrebbe messo fine a quel mondo malvagio, alla brutalità di Erode e dei Romani che permettevano tutto questo.
Quando sarebbe arrivato il Messia, della stirpe di Davide che avrebbe fatto rinascere il grande regno di Israele, come ai tempi del re Davide?
Gli uomini, mariti e padri, erano tenuti a bada dai soldati, non potevano fare nulla.
Qualcuno disperatamente provò a reagire, ma la lancia di un soldato lo ferì e fu trascinato insieme agli altri uomini...

(pagine 53-54)

 

Adesso temevo, adesso avevo paura. Le mie certezze stavano crollando, io… Ma cosa sta facendo quel soldato con quella spada? Sta tagliando la sua tunica…no, sta ammucchiando le vesti di mio figlio e con i suoi compari sta tirando a sorte per la sua tunica… Ecco, ha cambiato idea, l’ha lasciata tutta intera. La tunica è orribilmente macchiata di sangue; te l’hanno strappata di dosso, qui sul Golgota, e tutte le ferite della flagellazione si sono riaperte in modo terrificante. Come hai fatto a non urlare, figlio mio? Come hai fatto a pronunciare quelle parole: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno!”. Solo il “Figlio dell’Altissimo” può arrivare a tanto; può arrivare a farsi massacrare per uno scopo ben preciso, come uno dei due capri che si sacrificano nel giorno dell’Espiazione caricandolo di tutti i peccati, e poi arrivare a perdonare proprio tutti quei peccatori! Hanno aperto le tue carni, hanno ferocemente trafitto il tuo capo, hanno diviso le tue membra e adesso non lasciano niente di te, neanche le tue vesti mi stanno lasciando. Non potrò baciare e sentire il tuo profumo sulle tue vesti quando non ci sarai più! Non potrò abbracciare la tua tunica con la quale andavi in giro per le strade della Galilea, con la quale già da lontano ti riconoscevo quando tornavi da me, a casa, da Cafàrnao e dagli altri posti in cui continuamente ti recavi. Figlio mio. Figlio dell’Altissimo! Anche il mio cuore si sta smembrando come quelle vesti, come le tue carni, come la mia e la tua anima. Tuo padre non c’è più. Almeno gli è stato risparmiato questo strazio: i suoi occhi sono ormai chiusi e non vedono quello che sto vedendo io, quello che io mi sto costringendo a vedere. “Non temere…”. Che cosa non devo più temere? Di che cosa non devo avere più paura? Non ho niente, non ho nessuno. Ho solo il mio atroce dolore che mi accompagnerà fino al mio ultimo respiro. Sono stata scelta per questo? Ero solo una bambina. Presto sono diventata una madre bambina di un figlio scarnificato davanti ai miei occhi.  
(pagine 69-70)