Dov'è il tuo cuore, là sarò io

 

DOV'E' IL TUO CUORE, LA' SARO' IO
Pagine tratte dal romanzo


PROLOGO


Giamaica, settembre 1929
Dov’è il Governo dell’uomo nero?”
“Dov’è il suo Re e il suo regno?”
“Dov’è il suo presidente, la sua terra, il suo ambasciatore, il suo esercito, la sua marina, i suoi grossi uomini d’affari?”
“Non m’è riuscito di trovarli, per cui aiuterò a formarli!

Questo è ciò che pensava Marcus Garvey dopo aver girato il mondo, partendo dalla sua Giamaica, per vedere come viveva la sua gente, la gente nera.
La Giamaica era divenuta crocevia dello smistamento dei neri che venivano portati dall’Africa come schiavi, da quel lontano 1565, quando la regina Elisabetta I stipulò un contratto reale con John Hawkins e gli diede la sua nave personale, la S.S. Jesus of Lubec, per trasportare dall’Africa i neri.

Marcus da dieci anni era tornato nella sua terra natìa, era ormai certo che un giorno, non troppo lontano, si sarebbe avverata quella profezia: l’incoronazione in Africa di un Re nero che avrebbe realizzato il sogno di riportare in Africa, nella propria terra, tutti i neri deportati; era il sogno di ogni nero, il grande sogno panafricano.
Dopo la fine dell’ultima guerra, sia incoronato nella terra di David un Re dei Re…simile a un Figlio d’uomo, con un abito lungo fino ai piedi e cinto al petto con un fascia d’oro: i capelli del suo capo come lana, i suoi occhi come fiamma di fuoco, i piedi con l’aspetto del bronzo splendente, purificato nel crogiuolo […] che a tempo debito sconfigga la morte e preannunci il Giudizio finale, rovesciando il trono di Babilonia e gettando tutti i pretendenti al potere temporale nel vuoto”.

Da altrettanti anni aspettava che si avverasse questa profezia scritta sulla sua Bibbia in amarico e ripresa dal libro sempre presente sul suo comodino, quello del reverendo James Morris Webb, il quale confermava ogni parola di quella profezia.

Giamaica, 2 novembre 1930
Il telefono squillò più volte. Finalmente Marcus staccò il ricevitore dal bocchino, pensieroso lo accostò all’orecchio mentre uno strano presentimento lo colse alla sprovvista.
«Marcus, è successo! Ci siamo! È arrivato! È arrivato il Conquistatore di Giuda! Il Leone ha ruggito, Marcus!»

La telefonata proveniva dall’Etiopia.
Marcus Garvey con movimenti lenti, mise al suo posto il ricevitore, lo attaccò al candelabro, la colonnina del telefono. Si sedette sulla seggiola vicino al telefono e si passò le mani tra i capelli. Un sorriso si dipinse sul suo grande volto nero e un po’ di sudorazione apparve sulla fronte. Il momento era giunto, il momento era questo.
Lo attendeva con sempre maggiore ansia da quando Alexander Bedward aveva avuto la grande visione del Mistero delle Tre Corone che prediceva l’avvento del “Leone”, “Conquistatore di Giuda!”
Finalmente era accaduto. La profezia si era avverata.
Quel 2 novembre del 1930 sarebbe stato un giorno memorabile, da ricordare per sempre. Non solo in Etiopia, ma in tutto il continente africano e fuori da esso, ovunque.

Il Leone finalmente ha ruggito!” gridò Marcus Garvey.
Tutto ciò per cui aveva lavorato adesso acquistava un nuovo senso; le sue battaglie, le sue iniziative politiche e finanziarie per i suoi fratelli neri, adesso potevano avere compimento; la fiammella di speranza era divampata in un incendio; si accendeva una speranza dopo gli sconforti degli ultimi anni.
Aveva soltanto quarantacinque anni, ma le sue spalle – molto forti – cominciavano a sentire il peso di anni di lotte e di tanti impegni che aveva assunto.
I suoi pensieri corsero al passato.
Da pochi anni il cinematografo si era diffuso un po’ ovunque; quando si trovava a Londra aveva avuto la curiosità, ma anche la possibilità, di poter osservare questa nuova meraviglia; rivide la sua vita come se si trovasse in una di quelle sale londinesi in cui le immagini apparivano e scorrevano magicamente su un grande telo bianco.

Fu proprio a Londra che, attraverso un importante studioso egiziano-sudanese, scoprì la dura realtà della diaspora nera e, soprattutto, i significati che essa aveva.
Si rivide all’età di ventisette anni quando, appena tornato in Giamaica, a Kingston, dove si era trasferito dal paese natìo, St. Ann’s Bay, aveva fondato la Universal Negro Improvement and Conservation Association and African Communities League per dare un’istruzione superiore ai neri giamaicani, al motto di “Un solo Dio! Un solo corpo! Un solo destino!”.
Si rivide sulle rotaie di treni che attraversavano Paesi e Paesi, circa trentacinque, per rendersi conto di persona della situazione in cui molti suoi fratelli neri versavano. Non gli piacque nulla di ciò che vide.
  

LIBRO PRIMO MAKEDA E SALOMONE


“Mettimi come sigillo sul tuo cuore,
come sigillo sul tuo braccio;
perché forte come la morte è l'amore,
tenace come gli inferi è la passione:
le sue vampe sono vampe di fuoco,
una fiamma del Signore!
Le grandi acque non possono spegnere
l'amore né i fiumi travolgerlo.
Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa
in cambio dell'amore,
ne avrebbe soltanto dispregio.”
Cantico dei Cantici

Regno di Saba, 965 a.C.
Alìm era seduto sulle rive del Mar Rosso; il suo sguardo si perdeva in lontananza.
Ripensava alla sua storia. Lui era un etiope: la sua famiglia si era unita a una numerosa carovana e da poco tempo era giunto a Ma’rib, nel regno di Saba, in pieno deserto, la città che si racconta sia stata fondata da Sem, uno dei figli di Noè.
La città di Ma’rib, guidata dalla regina Makeda, attirava molte persone; lì conviveva una particolare mescolanza di popoli arabi e africani.
Ma’rib non era l’unica città in cui lei risiedeva.
Infatti, da circa un secolo, la sua tribù, gli Habasha, avevano attraversato il Mar Rosso occupando una parte dell’Africa chiamandola Habesh, nel Tigray, una zo-na a nord dell’Etiopia, dove infatti si parlavano lingue semitiche. Lì la regina aveva altri palazzi.

La bella città era situata in una posizione strategica: un vero e proprio centro carovaniero per le merci che provenivano dall’India e dai vicini regni dell’Africa; tutto veniva poi inviato a Petra e da lì le merci raggiungevano il bacino del Mediterraneo.

L’incredibile tramonto lasciava senza fiato.
La natura quel giorno si era messa d’accordo per realizzare un’opera che nessuna mano d’uomo avrebbe mai potuto lontanamente produrre né, forse, una mente immaginare.

Alìm rimaneva ogni volta affascinato da quei tramonti ai quali non sapeva resistere. Rubava parte del poco tempo libero che suo padre gli concedeva, per sedersi lì e osservare, guardare ammirato, immergere la sua mente in quello spettacolo che il suo dio gli concedeva.

All’improvviso il suo volto cambiò espressione, si incupì.
Cominciò a guardare oltre il fuoco del tramonto che s’incuneava tra le due fila di monti e scendeva nell’acqua, oltre quel punto in cui cielo e terra si ab-bracciavano.
I suoi occhi si persero nell’acqua e, come in uno specchio, videro lei, Zelda.
Da qualche giorno non riuscivano più a incontrarsi.
Lui aveva quindici anni, ma amava Zelda proprio come un uomo può amare una donna; anche Zelda lo ricambiava dello stesso amore.
Alìm non riusciva a capire cosa fosse successo, perché Zelda non era ancora lì, abbracciata a lui e con la testa poggiata sulla sua spalla, come avveniva ogni volta che si incontravano.

Aveva conosciuto Zelda tre anni prima.
Lei, insieme alla madre, erano entrate proprio nel laboratorio di suo padre; cercavano un vaso in terracotta con una capienza particolare, ma anche con un’imboccatura un po’ insolita.

Suo padre, era un ceramista molto esperto.
Nel suo paese d’origine, spesso erano le donne a lavorare la ceramica, ma non pochi uomini avevano raggiunto una grande abilità e suo padre era uno di questi.
Lui, Alìm, faceva l’assistente di suo padre.
Si cercava di fare tutto all’interno della famiglia: la paura di invidie, il pericolo del malocchio – soprattutto nella delicata fase della cottura – portava a scegliere solo persone molto affidabili, possibilmente legate da stretti vincoli di parentela o di amicizia.
Malesh, il padre di Alìm, si era organizzato bene.
Aveva sistemato il suo laboratorio vicino a un corso d’acqua. Lui e Alìm avevano raccolto una buona quantità di creta e avevano cominciato a prepararne già una parte, la tenevano pronta per utilizzarla all’occorrenza.

Quando entrarono la donna con la sua bambina, Alìm stava lavorando insieme al padre; seduto accanto a lui cercava di dare forma ai suoi manufatti che, a dire il vero, non avevano nulla da invidiare rispetto a quelli del padre. La ragazzina e Alìm si guardarono subito negli occhi, successe qualcosa.
Quando Zelda e sua madre uscirono, Alìm sgattaiolò fuori dal laboratorio, si appoggiò a delle canne e rimase lì molto tempo, fino a quando le due figure femminili scomparvero.
Si ripromise che l’avrebbe ritrovata!

Accadde circa un mese dopo.
Nuovamente la ragazzina e la madre entrarono nel laboratorio, si rivolsero al padre di Alìm: «Stiamo cercando un contenitore che abbia una buona dimensione, ma con un’apertura piccolina. La mia bambina ha detto che quando siamo venute la volta scorsa ha notato proprio qui ciò che cercavamo, ma non me lo ha detto subito, non capisco perché.
Sono tornata per vedere con i miei occhi se quello che ha visto la bambina corrisponde a ciò che cerco.»
«La sua bambina ha proprio buon occhio. Come si chiama?» chiese il padre di Alìm.
«Zelda», rispose la donna.
«Un nome un po’ inconsueto dalle nostre parti, ma un bel nome. Ecco, quelli là in fondo sono i lavori già pronti, sicuramente la sua bambina avrà notato lì qualcosa che può fare al caso vostro.»
Zelda e Alìm si guardarono, furtivamente. Zelda era molto bella, un corpo esile, ben fatto. Gli occhi verdi come lo smeraldo, vispi e con il taglio simile a quelli di una cerbiatta. Era più alta dell’età che, secondo Alìm, lei poteva avere. La sua pelle nera era lucida, sembrava un velluto, i capelli lunghi raccolti sulla testa, anche questo inusuale per le loro parti.
La mente di Alìm ormai era solo per Zelda.

Zelda aveva visto giusto. Quella mattina la donna acquistò ciò che gli necessitava. Ormai non c’era più motivo perché tornasse ancora nel laboratorio di Malesh.
Alìm, si era ripromesso che avrebbe ritrovato la ragazzina, ma non vi era ancora riuscito, né suo padre gli concedeva il tempo necessario che a lui serviva per la sua ricerca.
Una mattina, durante una breve pausa, Alìm stava andando a sedersi al suo solito rifugio. Mentre osservava quel panorama, ripensò alla sua terra; anche lì aveva il suo posto segreto; quando andava lì, già da lontano poteva osservare i due gruppi di rocce che si incuneavano, lasciando intravvedere una valle nella quale fluiva abbondante acqua che scendeva a precipizio da quelle montagne così elevate. Lui aveva sentito dei discorsi dalla gente, si parlava che si sarebbe dovuto costruire una diga o, quantomeno, uno sbarramento di terra compressa per poter utilizzare al meglio l’acqua per l’irrigazione. Non sarebbe stato un lavoro semplice perché l’acqua trasportava molto limo e questo avrebbe sicuramente impedito il flusso dell’acqua negli eventuali canali di irrigazione. Forse per questo motivo non si era ancora proceduto alla realizzazione dello sbarramento di cui aveva sentito parlare nella sua terra.

Alìm era seduto lì, di fronte a quello spettacolo della natura, era il suo modo di rilassarsi. Non gli interessava passare quel poco di tempo libero con gli amici a giocare, era attirato da quelle basse colline di questa terra e dai tanti fiumiciattoli; non c’era certo paragone con le alte vette delle sue terre che cercavano di spingersi in alto per osservare cosa si nascondesse oltre le nuvole; ma il tramonto di qui non aveva nulla da invidiare, soprattutto in quella particolare ora.

Quel pomeriggio, mentre andava al suo rifugio, all’improvviso una forza misteriosa lo costrinse a voltarsi indietro: c’era Zelda. La vide in lontananza, ma in modo molto chiaro, era insieme a due altre ragazzine.
Anche Zelda era rivolta verso di lui, forse fu proprio il suo sguardo che lo costrinse a voltarsi! Alìm pensò: “E’ possibile che due cuori si parlino tra loro senza parole, senza che noi lo vogliamo, senza il nostro permesso? In modo incontrollato?
Alla sua domanda rispose di sì! Era proprio possibile: era accaduto proprio a loro due!
Da quel giorno, spesso i loro sguardi si incontrarono in maniera fuggitiva, mentre lui prendeva la strada verso il suo rifugio e lei giocava con le sue amiche. Alìm era sicuro che Zelda non era con le amiche, la mente era lì con lui.
Anche Zelda pensava che Alìm fosse lì con lei.
Da allora si erano incontrati quasi ogni giorno; insieme, con la testa di Zelda poggiata sulla spalla di Alìm, osservavano il lontano tramonto.
Lei era araba, ma con la pelle scura come lui.

Anche quel giorno Zelda non arrivò. Alìm tornò sconsolato al laboratorio.
«Cosa ti succede Alìm, figlio mio?» chiese il padre vedendo il figlio affranto. Da un paio di giorni lo vedeva così, ma non aveva ancora chiesto nulla.
«Nulla, padre.»
«Non mi dire così, Alìm. So cosa fai e dove vai quando esci da qui. So che ti incontri con quella ragazzina, ma non credo sia una buona cosa. Lei è figlia di persone diverse da noi. Sua madre appartiene alla regina Makeda, anche sua figlia appartiene a lei e sarà la regina a decidere la sua sorte!»
«Lo so padre. Ma io e Zelda un giorno andremo via. La porterò via da qui. Ci siamo fatti una promessa: dov’è il mio cuore, là sarà lei. Dov’è il suo cuore, là sarò io!»
«Alìm… che promessa è mai questa? Voi non siete vostri! Spero che un domani non soffrirai molto.
L’amore non è come lo immagini tu. Vedi quei rovi là fuori?» disse Malesh al figlio puntando il dito verso un cespuglio sulla destra del loro laboratorio. «Lì ci sono le more, molto dolci, saporite. Ma ci sono anche le spine che fanno male, ti si conficcano nelle carni. Aspettati le dolcezze dell’amore, ma anche le spine che si potranno conficcare nel tuo cuore, e non sarà semplice toglierle senza soffrire!»

Suo padre, abbassò lo sguardo e tornò al suo contenitore in argilla che aveva iniziato a lavorare la settimana precedente.
Alìm guardò suo padre ormai nuovamente curvo sul suo lavoro. Era la prima volta che gli parlava in quel modo, quasi considerandolo un uomo.
Malesh era un uomo buono, ma non parlava quasi mai, era molto taciturno. In realtà per Malesh era una cosa strana che lui stesso non capiva e non sapeva spiegarsi: lui voleva parlare, ma i suoi pensieri gli restavano attaccati ai capelli, in testa! Non ne volevano proprio sapere di uscire dalla bocca. Pensava ciò che voleva dire, formulava le frasi ma… le parole non usci-vano dalla bocca, pensieri erano e pensieri rimanevano! Lui ne soffriva di questo, perché voleva parlare, esprimere il suo pensiero; ma c’era una forza misteriosa che gli impediva, suo malgrado, di aprire le labbra e dire ciò che aveva nel cuore e nella mente. Alla fine, ciò che doveva dire lo diceva dentro di sé, parlando con sé stesso e poi si diceva con rammarico: “Ecco, questo avrei voluto dire!
Quel giorno invece, senza pensarci troppo, era riuscito a tirare fuori i suoi pensieri e aveva parlato a suo figlio.

Malesh tornò a dedicarsi completamente al suo lavoro.
Aveva uno suo stampo, convesso, un contenitore cotto, capovolto a testa in giù. Con una canna riprese ad appiattire sullo stampo la lastra di argilla, che Alìm aveva precedentemente appiattito con i piedi e con una pietra lavorata.
Ormai Alìm aveva appreso i passaggi necessari: quando la creta avrà ricoperto lo stampo fino alla sua lunghezza, verrà ricoperta con un panno umido e verrà lasciata ad asciugare. Poi insieme, lui e suo padre, avrebbero sollevato il contenitore dallo stampo.
Il contenitore l’avrebbero collocato in un bacino pieno di cenere che lo avrebbe sostenuto, senza danneggiare le pareti e, alla fine, il maestro, cioè suo padre, avrebbe aggiunto i colombini, dei rotolini d’argilla avvolti a spirale e lavorati insieme per formare una superficie liscia; tutto questo serviva per ottenere la lunghezza e l’altezza desiderata.
 

La regina Makeda..


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