Non temere Maria

VITA DI DONNE. Donne straordinarie nell'ordinario
Pagine tratte dal libro


  1. EVA E IL PECCATO DI ADAMO

Eva e Adamo salirono su un’altura. Osservavano.
Estasiati guardavano davanti a loro, verso l’orizzonte.
«Eva, ti senti felice?»
«Sì, Adamo, sono felice, come non potrei? La nostra vita è felice. Abbiamo tutto ciò che vogliamo. Guarda questo giardino in cui scorre il nostro tempo. Da oriente a occidente solo bellezza. Scruta gli alberi, ce ne sono di tutti i tipi, sono proprio bellissimi da vedere. Ho anche mangiato diversi frutti… non sono solo belli da vedere, sono anche molto buoni da mangiare, tieni assaggia!»
Eva prese un frutto da un albero vicino e lo porse a Adamo. Lui lo rigirò tra le mani – gesto che ripeteva ogni volta che assaggiava un frutto – e poi lo morse con gusto. Guardò Eva sorridendo, era davvero gustoso.

Eva e Adamo trascorrevano il loro tempo insieme.
Squadravano il panorama da un lato fino al lato opposto dell’orizzonte e, sempre, rimanevano meravigliati dalla bellezza che si presentava ai loro occhi, come se ogni giorno fosse diverso dal giorno precedente.
Eva era ammaliata; Adamo, al suo fianco, le cinse le braccia lungo la vita abbracciandola. A volte, dagli occhi di Eva sgorgavano piccole lacrime che, silenziose e lentamente, attraversavano le sue gote; la bellezza di ciò che guardava e l’abbraccio amoroso di Adamo le davano la sensazione di una felicità interiore indicibile.
Il giardino in cui si trovavano era un incanto; ogni nuovo giorno scoprivano qualche nuovo angolo, qualche animale che ancora non avevano incontrato: era impossibile stancarsi di tutto ciò che ammiravano dalla loro altura o semplicemente abituarsi a quella vista.
Anche quel giorno, camminando nel giardino, scoprirono nuovi fiori variopinti; scovarono una coppia di animaletti che si incamminava tra l’erba alta ondulata dal vento, come se stessero percorrendo una strada a loro ormai nota.
In lontananza una leonessa leccava il dorso di un suo cucciolo; altri due leoncini si divertivano azzuffandosi tra di loro: era sempre il più piccolo che si gettava sul collo del fratello maggiore.
Rotolavano nell’erba divertendosi. Poi si accucciavano uno accanto all’altro; non passava molto tempo che il piccolo leoncino con le zampe anteriori sfiorava il muso del fratello, e la giocosa lotta ricominciava.
Una giraffa, col suo lunghissimo collo, mangiucchiava le foglie dei rami posti più in alto: quel cibo era solo per lei. Anche se qualche altro animale si arrampicava su quei rami, non riusciva a rosicchiare le foglie poste alle estremità. Sembrava che ci fosse un mutuo patto tra gli animali del giardino, un’armonia che metteva tutti d’accordo.

Una delle scene che emozionava molto Eva, era il vedere un lupo e un agnello distesi uno accanto all’altro. Non capiva perché quella vista la emozionava, ma trovava insolito e bello vederli così vicini tra di loro. La differenza di colore, di grandezza, la fierezza del lupo e la dolcezza dell’agnello, tutto creava uno spettacolo particolare.
L’immacolato manto bianco dell’agnellino risaltava subito contro il grigio giallastro dei lupi; riproducevano un quadro dai contrasti incantati, lì distesi uno accanto all’altro.
Come era possibile tanta bellezza? Eva e Adamo si sentivano appagati. Questo era ciò che sentivano, un sentimento di totale appagamento.

Un giorno si avvicinarono a quel gruppetto di animali dai colori contrastanti, li accarezzarono. «Guarda Adamo, la coppia di animali che abbiamo visto tempo fa. È il lupo e l’agnello, questo è il nome che gli abbiamo dato, ricordi?»
«Come non ricordare? Ci siamo divertiti tanto ad assegnare dei nomi ogni volta che ne abbiamo incontrato qualcuno. La maggior parte li ricordo… certo qualcuno mi sfugge!»
«Anche a me…», sorrise Eva, «vuol dire che ne daremo uno nuovo a quelli che non ricordiamo!»
L’insolita idea piacque a Adamo. Sorrise guardando Eva. Il tempo trascorreva tra una passeggiata, una rincorsa di qualche animaletto, una semplice discussione o un tuffo in uno dei quattro fiumi che circondava quel meraviglioso giardino che, nella loro lingua, chiamavano Eden. Pison era il nome assegnato al primo fiume; questo circondava una terra fine come la sabbia, piena di resina odorosa, di pietra d’onice e di un metallo giallo luccicante. Quando si tuffavano in questo fiume si divertivano a fare lunghe nuotate e a lasciarsi accarezzare dall’acqua che scendeva da una piccola cascata. Si divertivano a lanciarsi l’acqua uno addosso all’altro, ridendo e tuffandosi sott’acqua.
Al secondo fiume fu dato il nome di Ghicon. Al terzo Tigri e, all’ultimo dei quattro, Eufrate.
Nelle acque si rispecchiavano i loro armoniosi corpi neri. Dopo il bagno nelle acque dei fiumi, i lunghi capelli di Eva diventavano una corona che lei attorcigliava attorno alla testa e le incorniciavano l’ovale del volto.
Eva era una bellissima donna.
Anche Adamo era un bell’uomo; la sua pelle scura si stagliava tra la miriade di colori che li attorniavano.
Eva, nonostante non sapesse cosa fosse la paura, si sentiva protetta quando era accanto a Adamo.
Tutto ciò che vedevano, in qualche modo apparteneva a loro, lo sentivano loro, non c’era motivo per cui avere timore.

Un giorno Eva fece una lunga camminata da sola; un cagnolino la seguiva, fermandosi di tanto in tanto per annusare il musetto di qualche animale che incontrava lungo la strada e riprendendo poi giocosamente la sua corsa per raggiungerla.
Non era certo la prima passeggiata, ma una delle tante nell’Eden.
Vide una lupa con accanto i suoi cuccioli. Uno di essi era un po’ in disparte dagli altri. Mamma lupa lo prese delicatamente tra i denti e lo trasportò vicino a sé e agli altri lupacchiotti.
Ma quel piccolo lupo non rispondeva molto agli stimoli della madre. Questo incuriosì Eva che si accovacciò lì vicino e per un bel po’ di tempo rimase ad osservare la scena.
Quel lupacchiotto le faceva tenerezza.
Continuò a camminare nel vasto giardino.
Si ritrovò vicino a un albero posto nella parte più interna del giardino. Dalle alture sulle quali lei e Adamo si appostavano spesso per ammirare quelle bellezze, non era possibile vedere questa zona: era quasi coperta dal resto della vegetazione, doveva essere la zona centrale del giardino. Infatti, non aveva mai visto quel tipo di albero, né quello che gli era vicino. Era una coppia di alberi molto più belli degli altri; dai rami pendevano dei frutti che dal colore, dalla forma, dalla buccia, davano l’impressione di essere davvero molto succosi.
Allungò le mani per raccogliere un frutto; lo avvolse nel palmo della mano e ne odorò il profumo, stava per strapparlo dal ramo, ma desistette dal raccoglierlo e lo lasciò lì. Si allontanò pensierosa.
Il tocco di quel frutto le fece venire in mente dei pensieri che prima non erano mai sorti in lei, pensieri che la rattristarono un pochino.
La bellissima Eva non aveva mai avuto pensieri oscuri; fu soprattutto questo che la rese triste, questa nuova sensazione del tutto estranea a lei, almeno fino a quel momento.

Adamo guardò Eva, la osservò a lungo; c’era qualcosa nel suo sguardo che non conosceva, che non aveva mai visto prima.
«Cosa c’è Eva? Ti sto vedendo… diversa.»
«Oggi, ho visto due alberi, lì all’interno dell’Eden», e con il dito indicò un punto lontano interno al giardino colmo di alberi, «due alberi ricchi di fronde, con frutti che pendevano da ogni ramo. Dai rami di uno dei due alberi pendevano dei frutti di un rosso intenso, sembravano davvero succulenti. Ne stavo raccogliendo uno, ma ho avuto una strana sensazione. Non so, mi è mancato il coraggio di raccoglierlo e di mangiarlo. Non so bene come spiegarlo, ma ho ritirato la mano e non ho preso il frutto», concluse Eva.

Il sole si alternava continuamente con la luna; giorno dopo giorno il tempo trascorreva ed Eva e Adamo erano sempre felici e godevano di quella bellezza e di quella armonia che sprigionava dall’Eden.
Ognuno bastava all’altro.
Una mattina, il corpo di Eva sfiorò casualmente quello di Adamo. Fu un contatto che a loro diede una sensazione nuova; non era stato certo il primo contatto fra i loro corpi. Si guardarono e risero, somigliavano a quei leoncini che giocavano tra di loro e si strofinavano l’un l’altro; vicino a loro sbucò un cerbiatto. Era un piccolo cervo nato da poco; loro lo osservavano ogni giorno, lo vedevano crescere e diventare sempre più sicuro di sé. Anche il piccolo andava spesso da loro. Giocavano insieme; spesso lo rincorrevano cercando di raggiungerlo tra il fitto fogliame degli alberi e dei cespugli; all’improvviso arrivò un leoncino, si lanciò su di loro e tutti rotolarono per terra tra l’alta erba.

Durante uno di questi allegri inseguimenti del piccolo cervo, si ritrovarono vicino a degli alberi: Eva si bloccò di colpo. Fece fermare Adamo che ancora rideva e cercava di raggiungere il cerbiatto.
Si avvicinarono all’albero dai frutti rossi e succulenti.
«Guarda Adamo, i due alberi di cui ti parlavo».
Lui si avvicinò per osservarlo meglio. Poi aggiunse: «Davvero sono diversi da tutti gli altri; non ne ho visto di simili. Gli stessi frutti hanno una forma diversa, un colore intenso e, come hai detto tu, sembrano molto succosi. Prendiamone qualcuno!»
Stava per strappare un frutto dall’albero, quando Eva gli bloccò il braccio: «Fermati Adamo!»
Adamo si fermò e guardò sorpreso Eva: «Cosa c’è Eva?» «Adamo, ho la stessa sensazione che ho provato tempo fa, non so… un presentimento. Non so come spiegartelo. Ma qui nel petto sento qualcosa che si agita, il cuore corre più velocemente», disse Eva.
«Eva, ma cosa dici? È un frutto! Questi sono solo degli alberi. Cosa potrà mai essere? Li assaggiamo, se non ci piaceranno li lasceremo… oppure li daremo al piccolo cerbiatto… e non ne prenderemo più!»
«Io non vorrei Adamo. Abbiamo tutto, tutto qui è nostro.
Noi siamo felici, sorridiamo, accarezziamo i nostri amici che svolazzano o corrono qui accanto a noi, ci tuffiamo negli specchi d’acqua, restiamo stesi al caldo sole… Invece, quando sono vicino a questi due alberi mi sento strana, qualcosa invade il mio cuore.»
Adamo la guardò per un attimo in silenzio e, un po’ a malincuore, la accontentò e andarono via.

Arrivò la notte, Eva era sdraiata accanto a Adamo.
Vicino a loro una leonessa accudiva i suoi piccoli.
Molte voci della notte cominciarono a far sentire i loro versi; voci stridule, voci melodiose, voci indefinibili.
Adamo si alzò stando attento a non svegliare Eva.
Con passo veloce prese la strada verso i due alberi. Arrivò ai loro piedi. La luce argentea della luna illuminava l’albero dai frutti rosso fuoco disegnando attorno un alone giallastro che si fondeva con il rosso intenso dei frutti.
Adamo allungò la mano per afferrare un frutto.
Si fermò. Pensò a Eva, alle parole che gli aveva detto e al suo turbamento: “«Abbiamo tutto. Tutto qui è nostro» ha detto Eva. Sì, abbiamo tutto, tutto è nostro e possiamo prendere ogni cosa. Non ci manca nulla. Allora perché non potremmo prendere anche questi frutti? Non siamo noi, io e lei, i padroni del giardino? Sì! Io e lei siamo i soli padroni. Io e lei abbiamo deciso i nomi di ogni animale che vola e che striscia o che saltella e cammina sulle sue zampe. Io e lei ci tuffiamo nei quattro fiumi: anche essi appartengono a noi. Tutto appartiene a noi. Chi decide ogni cosa se non io e lei?” Mentre pensava questo, la sua mano accarezzava un frutto pendente da un ramo; un animaletto si fermò vicino ai suoi piedi, strofinandosi alle sue gambe; Adamo lo scacciò via con un colpetto di piede.
Guardò l’animaletto che scappava via da lui spaventato.
Non era mai successo prima d’ora! Non aveva mai fatto allontanare nessun animale da lui in modo così scontroso.
Cosa sta succedendo?” si chiese Adamo pensando ad alta voce.
Lasciò il frutto appeso al suo ramo e andò via.
Tornò da Eva.
Qualcosa stava cambiando dopo la vista o il tocco dei frutti di quegli alberi.
Cominciavano a sorgere sentimenti prima sconosciuti.
Nuovi gesti, nuove sensazioni si affacciarono nelle loro mani e nelle loro menti.
Ognuno di loro due, per la prima volta, cominciò a non dire all’altro tutto ciò che provava, aveva delle riserve.
Si guardavano sorridendo, ma il sorriso non sembrava del tutto simile a quello di prima.
 

Nuovamente successe che il corpo di Eva sfiorasse quello di Adamo. Ma questa volta Adamo non sorrise. Si girò verso Eva e la guardò negli occhi con tanta intensità come non aveva mai fatto.
Una strana luce si accese nei suoi occhi profondi.
Fu naturale per Adamo avvicinare e posare le sue labbra su quelle di Eva; poi l’abbracciò, prima con delicatezza poi con forza.
Anche tu sei mia” pensò Adamo, senza rendersi conto che aveva pensato ad alta voce.
Per la prima volta i loro corpi si avvolsero. Per la prima volta divennero una sola carne, si accorsero che uno era fatto per l’altro.
Quando i loro corpi si staccarono, ognuno si girò dalla parte opposta, spalla contro spalla.
Stava accadendo qualcosa, non capivano cosa, non sapevano spiegare cosa. Ma niente sembrava come prima. Qualcosa si era rotto tra loro, un filo invisibile che li legava sembrava essere stato tagliato da una mano invisibile.
«Perché hai detto ‘Anche tu sei mia’? Ti ho sentito. Cosa significa che sono tua?», disse Eva, sempre girata di lato. Adamo si rivolse verso di lei. La cinse tra le sue braccia: «Tutto è nostro Eva, mio e tuo. Noi decidiamo tutto e abbiamo deciso tutto. Siamo padroni di tutto.»
Fece voltare Eva verso di lui: «L’altra notte sono andato a vedere quegli alberi, volevo raccogliere un frutto. Mi sono fermato e ho pensato a te, alle tue parole.»
Continuò: «Ho pensato che, se è tutto nostro, anche l’albero dal frutto gustoso e quello accanto sono nostri.
Se tu non vuoi prendere da quell’albero, lo farò io. Se tu non riesci a prendere quei frutti, lo farò io, saranno miei e… significherà che anche tu sei mia.»
Eva non sapeva cosa rispondere, non comprendeva il significato di quelle parole; lei non si sentiva sua come il resto del giardino.
Ma dopo quella notte, in lei sorsero dei conflitti.
Lui l’aveva presa, non lo aveva mai fatto prima di allora.
La stava ‘usando’ come se davvero appartenesse a lui, come gli animali ai quali avevano dato il nome, come i frutti che prendeva e assaporava.
No, doveva fargli capire che lei non era sua, loro erano due; erano uguali, diversi da tutti gli altri esseri che vedevano, ma uguali tra di loro. Proprio quella notte aveva anche capito che la loro unione creava una sola persona, uno era parte dell’altro.
Nessuno dei due poteva vantare un dominio sull’altro.
Doveva trovare il modo di fargli capire che lei non era da meno di lui, non era sottomessa a lui, era diversa da lui, ma nello stesso tempo uguale a lui.

La mattina dopo, Eva avanzò senza esitazione verso “quegli” alberi. Quando arrivò sotto l’albero dai frutti rossi, vide che un piccolo serpente era attorcigliato su un ramo.
Per un attimo le sembrò che la fissasse.
Si avvicinò ancora di più e, risoluta, raccolse un frutto. Lo mangiò.
Voleva far vedere a Adamo che lei non era affatto diversa da lui. Era tutto ‘loro’, non tutto ‘suo’.
Raccolse un altro frutto e lo portò per darlo a Adamo, sia perché lo assaggiasse, sia perché vedesse che lei non aveva timore a raccogliere quei frutti.
Quando Adamo la vide la guardò con un sorriso, poi disse: «Lo hai fatto, lo hai raccolto!»
Poi prese il frutto dalle mani di Eva e lo mangiò anche lui. Anche questa volta un piccolo serpente scivolò vicino ai piedi dell’uomo.

Quando anche Adamo ebbe finito di mangiare il frutto rosso, si avvicinò a Eva, la guardò a lungo. «Ora sì che siamo i padroni di tutto! Tutto è nostro e tutto possiamo prendere, non abbiamo limiti; niente, nessuno può limitare la nostra libertà!».
«Ma anche prima era così, Adamo, cosa è cambiato?», aggiunse Eva.
«No, Eva. Adesso è tutto nostro!» Adamo calcò molto la voce su quell’adesso.
Poi continuò: «Ora abbiamo raccolto i frutti di quegli alberi che non avevamo mai visto prima; di quegli alberi che – per qualche strano e oscuro motivo – sembravano irraggiungibili. Vedi? Ora non abbiamo limiti a ciò che vogliamo prendere.»
Eva osservò Adamo; aveva uno sguardo diverso. Non vedeva più dolcezza nei suoi occhi; il suo bel corpo nero, non sembrava più armonioso come prima.
Nel suo bel corpo risaltavano i muscoli, ma ora le incutevano quasi paura.
«Cosa abbiamo fatto Adamo… Cos’erano quei frutti? Perché mi hai costretta a prenderli? Forse non siamo noi i padroni di questo giardino. Forse erano così nascosti al suo interno per non farceli vedere e non farceli toccare.
Noi avevamo tutto.
Eravamo in compagnia di tutti i nostri amici animali; adesso mi sembra che ci guardino con occhi diversi, con occhi di timore alcuni e con occhi aggressivi altri. Quando ho preso il frutto, mi è sembrato che il serpente attorcigliato al ramo di quell’albero mi osservasse, sembrava seguire con attenzione ogni movimento della mia mano!
Abbiamo sbagliato Adamo, non dovevamo prendere quei frutti per sentirci padroni di tutto.»
«Eva! Basta parlare! Basta con questi discorsi», urlò Adamo. Le prese il braccio con il quale Eva indicava ancora lontano, dove si trovavano quegli alberi: «Noi siamo i padroni, solo noi, nessun altro! Tutto adesso è nostro, mio e…», la guardò quasi socchiudendo gli occhi, «anche tu sei mia! E poi ricorda, che sei stata tu a prendere i frutti e a portarmeli. Se c’è una colpa, quella è tua!»

Eva si spaventò. Gli occhi le si inumidirono.
Provò un sentimento mai provato prima. Paura.
«Sì, li ho presi io, ho sbagliato, ma tu mi hai costretta a farlo perché dicevi che sarei stata diversa da te se non avessi avuto il coraggio di prendere quei frutti!»
Si allontanò da Adamo e fuggì all’interno del giardino.
Pianse amaramente.
Goccioline di acqua scendevano dai suoi occhi, le bagnavano le gote e si avvicinavano alle labbra, rosse e carnose.
Non conosceva quelle nuove emozioni, e non le piacevano.

Quando tornò da Adamo, lui era seduto su un masso; in mano aveva un bastone sporco di rosso. Eva lo guardò con aria interrogativa.
«E’ sangue», disse Adamo, «è il sangue di quel piccolo cane. È stata una scena orribile. Gli si è avvicinato un serpente, ha sollevato la testa e ha mostrato più volte la lingua biforcuta. Poi lo ha morso al collo perché continuava ad abbaiare contro di lui. Ho dovuto colpirlo perché si dimenava e sanguinava.
Mi sono spaventato… l’ho dovuto colpire. È morto!»
Non era mai successo nulla di simile prima.
«Cosa sta succedendo Adamo? Cosa abbiamo fatto? Cosa hai fatto… hai tolto la vita a quel cane! Quello che hai fatto non è bene!»
«E’ colpa tua Eva! Solo tua! Tutto ciò che sta succedendo è colpa tua! Se non fossi andata verso quegli alberi…», affermò Adamo.
Continuò: «Cosa vuol dire “questo non è bene”? Che cos’è il bene o il male? Chi lo decide? Siamo solo noi a decidere cosa è bene o cosa è male, cosa è giusto o non giusto. Nessun altro. Come vedi, possiamo decidere anche della vita e della morte di altre creature!»
«No, Adamo, non decidiamo noi. Il mio cuore mi dice che quello che hai fatto è sbagliato. Se ti fermi un attimo e ti ascolti, ti accorgi che anche il tuo cuore ti dice che stai sbagliando, che non puoi decidere queste cose, che non possiamo stabilire noi tutto questo. Ti è stato facile incolpare me. Ultimamente lo stai facendo spesso.»

Passò del tempo, tutto pian piano stava precipitando.
Da tempo ormai non salivano più insieme sulla collinetta a osservare l’immenso giardino. Non facevano più i tuffi, nudi, nei quattro fiumi; adesso giravano sempre con delle semplici coperture senza sapere nemmeno perché si erano cinti quelle grandi foglie ai fianchi.
Non si guardavano più l’un l’altro sorridendo, ma c’era della paura in loro, circospezione.
L’immensa fiducia tra loro sembrava ormai un ricordo.
Eva tornò verso l’albero dal quale aveva mangiato quegli strani frutti.
Si ritrovò vicino alla tana di quella lupa che accudiva i suoi piccoli.
Trovò un lupacchiotto morto; un odore nauseabondo lo circondava; insetti vari si arrampicavano, si intrufolavano ovunque nel corpo del piccolo lupo; gli occhi sbarrati e i denti che sporgevano fecero scorrere un brivido di freddo dentro di lei.
Ancora una volta vide la morte!
Vide i cambiamenti nel suo corpo e in quello di Adamo; la bellezza dei loro corpi neri, vellutati, sembrava in parte scomparsa.
Capì che forse anche loro sarebbero finiti come quel cucciolo di lupo; sarebbero diventati polvere anche loro!

Rimase turbata per molto tempo, pensando alle parole di Adamo ‘E’ colpa tua, Eva! Solo tua!’. Da quel momento capì che sarebbe stata considerata la madre di tutti i mali; a lei sarebbe stata attribuita la colpa di tutto.
L’uguaglianza che prima percepiva chiaramente tra lei e Adamo, adesso non la notava più, si sentiva dominata da lui; aveva detto “Anche tu sei mia”, e così era avvenuto; ormai – non si capisce in forza di cosa – lui aveva deciso che tutto apparteneva a lui, che poteva prendere tutte le decisioni che riteneva giuste, decidendo da sé stesso che cosa fosse giusto o sbagliato!

Ma lei sapeva che non era affatto così.


Iscriviti alla newsletter se vuoi ricevere aggiornamenti sui nuovi romanzi storici