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L'AMORE SBAGLIATO - Romanzo storico

La storia di un grande amore tra Loris ed Emy, tanto grande da dover superare ostacoli insormontabili e che si rivelerà un "amore sbagliato".

Rodolfo Graziani, il "macellaio del Fezzan" e non solo.
Il più giovane colonnello fascista italiano protagonista della guerra in Africa e di diversi eccidi, tanto che l'ONU lo ha dichiarato un "criminale di guerra".
Ancora un "amore sbagliato"... per la patria.

Che legame c'è tra Loris, Emy e il gerarca fascista?

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(Pagine in anteprima...)
2. Loris

Loris si avvicinò alla finestra e l’aprì con impeto… quella musica, sempre la stessa.
Da qualche tempo un pianoforte, ogni pomeriggio all’incirca alla stessa ora, emetteva le sue dolci note; suoni melodiosi e tristi in alcuni momenti, vivaci in altri; chi stava suonando riusciva a mettere in risalto la dinamica del pezzo in modo magistrale, andando da un pianissimo appena percettibile ad un forte maestoso; si udivano scale cromatiche con i suoni che si inseguivano scendendo e salendo lungo la tastiera. A momenti il suono quasi si bloccava su una nota, poi riprendeva vertiginosamente con estrema precisione ritmica.
Loris era dell’idea che soltanto una donna poteva suonare in quel modo, c’era tutta un’anima in quella musica che esprimeva sé stessa mentre suonava; più che le corde tese del pianoforte, la pianista stava toccando le corde della propria anima; stava esprimendo tutti i sentimenti più profondi.
Nella sua mente, Loris vedeva due mani sottili, con dita ben affusolate che si muovevano tra i bianchi tasti d’avorio e quelli neri del pianoforte, a volte accarezzandoli, altre volte obbligando i martelletti a dare colpi decisi sulle corde fasciate in rame, quelle che emettevano i suoni più profondi.
La prima volta che Loris sentì quella melodia al pianoforte, accese il suo smartphone e lanciò l’app Shazam, situata nella prima schermata, ben in vista perché la utilizzava molto spesso; cercava una conferma mentre il cuore gli batteva forte. Shazam non lo deluse: Fantasia in Re minore, Wolfgang Amadeus Mozart, questo fu il responso che comparve sul display.
Non poteva essere vero, era proprio il pezzo per pianoforte che ascoltava quando era bambino, quando sua madre lo eseguiva con lui seduto accanto che, con occhi sgranati, ammirava quelle mani che correvano leggere su quella lunga striscia di tasti.
Loris, rapito da quella melodia, si perse nei suoi pensieri, gli ritornò in mente sua madre, la sua dolcezza.
Ad un tratto, alcuni ricordi dispersi nei meandri della sua mente, sepolti sotto una spessa coltre di tanti altri avvenimenti, si fecero improvvisamente largo e tornarono a galla.
Ricordò che sua madre si era fermata all’improvviso e lo aveva osservato con occhi sorridenti; si era accorto che lui guardava stupito le sue mani ed era rapito da quella melodia che aveva già ascoltato tante volte; lei gli spiegò qualcosa di quel pezzo: «Mozart ha scritto questo pezzo improvvisandolo, è un brano particolare, con momenti molto distinti tra loro. All’inizio sembra di ascoltare Bach con i suoi arpeggi, poi arriva subito Mozart con l’adagio e il presto. Bellissima l’idea di quella nota suonata più volte, tristemente, da sola, come una campana che sta richiamando a raccolta, tutto poi sfocia in quel lamento e in quell’allegro che, in realtà, sa di nostalgia…»
In realtà Loris non aveva compreso nulla di tutto quello che gli aveva detto la madre, ma adesso tutto era più chiaro.
La madre conosceva a memoria ogni singola nota, ogni singolo passaggio: lo spartito lo teneva aperto perché le piaceva leggere il titolo e il nome dell’autore, ma non guardava nessuna nota, non ne aveva bisogno: gli occhi, quando erano aperti - per il tempo dell’esecuzione in genere erano chiusi - rimanevano fissi sulle prime due righe in alto: Fantasia in Re minore. Wolfgang Amadeus Mozart.

Loris frequentava il Conservatorio, corso di chitarra.
Nei primi tre anni aveva conseguito la licenza di Teoria e Solfeggio musicale, ma per quanto riguardava lo strumento, aveva completato soltanto il corso medio, si trovava un po’ indietro rispetto ai suoi compagni di corso. L’ultimo anno di liceo lo aveva impegnato davvero tanto, del resto desiderava conseguire un voto alto per presentarsi all’università, al corso di Ingegneria dell’informazione con tutte le carte in regola.
Tutto questo impegno lo aveva allontanato dallo studio pratico della chitarra e dalla stessa frequenza del Conservatorio.
Inizialmente gli era pesato molto stare lontano da quell’ambiente ricco di musica. Ricordava molto bene quando, percorrendo i lunghi corridoi del Conservatorio, sentiva i suoni dei vari strumenti con le loro caratteristiche voci: lì sentiva suonare l’oboe con il suo timbro scuro e delicato; poco oltre si udiva il suono del clarinetto, strumento estremamente versatile in grado di far divertire e di intenerire nello stesso tempo. Appena due stanze dopo, dalla porta cercavano di uscire fuori i suoni incantevoli, quasi angelici, delle corde di un’arpa. Si trattava di un’arpa da concerto, con i suoi sette pedali a doppia tacca.
All’inizio degli studi, a Loris sembrava già abbastanza complicata la sua chitarra con solo sei corde, ma quando vide l’arpa da vicino ne rimase sbalordito, di corde ne possedeva ben quarantasette! Gli fu spiegato che ogni corda poteva produrre tre note differenti grazie proprio a quei sette pedali: era il loro corretto utilizzo che permetteva all’arpa di far produrre ad una stessa corda una delle sue tre note.
A Loris piaceva trovarsi in quell’ambiente, ci stava bene.
La musica ce l’aveva nell’anima; non per nulla, a causa del colore della sua pelle, si definiva un creolo; la sua pelle aveva gli stessi colori degli abitanti dell’America centrale.
I suoi capelli, in stile rasta, lo avvicinavano ancora di più a molti giovani di quell’America. Era fiero della sua capigliatura rasta; non era dovuta solo ad aspetti estetici, ma ad una forte credenza religiosa. Loris si era ben informa-to, conosceva tutta la storia del rastafarianesimo e vi aveva aderito con grande convincimento.

Ogni tanto si riuniva con alcuni suoi compagni chitarristi e con qualche amico del conservatorio, di corsi strumentali differenti, tutti musicisti in erba come lui: tentavano di suonare qualcosa, soprattutto musica blues.
Amava molto la musica classica ma anche quella leggera e, da buon chitarrista, ascoltava artisti e band musicali in cui la chitarra la faceva da padrona con le sue improvvisazioni; musicisti come Steve Ray Vaughan, conosciuto semplicemente come SRV, Steve Vai che si definiva “il chitarrista di Dio”. Loris rimase stupito nello scoprire che Steve Vai, per interpretare in modo sublime il brano solo strumentale For the Love of God, aveva sostenuto un digiu-no di ben dieci giorni e nel quarto aveva finalmente registrato il brano, zeppo di tecniche chitarristiche come tremolii, armoniche, sweep-picking, il metodo che utilizzava spesso per riuscire a suonare un elevato numero di note in una brevissima unità di tempo.
Oltre a questi suoi “grandi” preferiti.... ... (pag. 4-12 continua...)

 

5. Lucrezio Graziani

Lucrezio Graziani aveva completato la sua corsetta gior-naliera nel viale del boschetto adiacente casa sua. Graziani era un uomo sulla sessantina, ma nessuno gli avrebbe attribuito quell’età: aveva un fisico asciutto, ben tonificato; i capelli brizzolati e pettinati all’indietro. Si poteva dire che era un bell’uomo, molto attento al proprio aspetto fisico. Le corsette, la palestra e l’uscita con gli amici erano le sue normali occupazioni. Non aveva particolari hobby, né li aveva mai cercati, viveva di rendita grazie a suo padre e a suo nonno.
Non si era mai chiesto molto da dove derivano i proventi della sua famiglia, aveva sempre vissuto nel lusso e questo gli bastava.
Farsi domande era qualcosa che lui aveva deciso volontariamente di escludere dalla sua vita!
Carpe diem era il suo motto; lui lo aveva tradotto e lo praticava come meglio si addiceva al suo stile di vita: vivi come se fosse l’ultimo giorno della tua vita, prendi tutto quello che puoi prendere, cogli l’attimo e tutto quello che la vita ti offre in quell’attimo: denaro, successo, donne. Non lo interessava il senso vero di quell’espressione di quella locuzione oraziana, gli era sufficiente la semplice traduzione letterale.
Nella sua vita non erano mai mancate le donne, la maggior parte delle quali aveva la sua stessa filosofia di vita: poche domande, pochi pensieri e tanto divertimento.
Come suo solito, prima di recarsi al Bar Italia per incontrare gli amici e sorseggiare un caffè in boriosa compagnia, varcò il cancelletto e aprì la cassetta della posta. Tra le poche buste ce n’era una che spiccava in modo particolare per il colore: era rossa.
Il nome del destinatario – il suo – era stato scritto in stampatello, in caratteri particolari. Come mittente c’era un nome scritto volutamente in modo incomprensibile, non c’era modo di decifrare quel nome.
Lucrezio Graziani prese la busta tra le mani e la rigirò più volte, cercando qualche indizio che gli permettesse di capire da chi potesse provenire quella lettera e quale fosse eventualmente il contenuto.
Prese tutto il plico di buste e lo mise nel tascone del soprabito, risalì al suo appartamento; decise di non uscire, almeno non subito, quella busta lo aveva incuriosito e voleva aprirla adesso.
Graziani entrò nel suo studio e richiuse la porta alle spalle; si sedette sulla poltrona in pelle, poggiò il plico della corrispondenza su un lato della scrivania; in qualche modo smistò la posta: tutta quella relativa alla pubblicità la gettò nel cestino senza neanche guardarla; la busta rossa la pose al centro della scrivania e la guardò per un momento.
La aprì lentamente con il tagliacarte stando attendo a non danneggiare il foglio interno, prese la lettera tra le mani e cominciò a leggere a bassa voce.

"Lucrezio Graziani, lei non è colpevole di ciò che è successo molti anni fa, del resto non era neanche nato, come non ero nato nemmeno io.
Ritengo comunque giusto che lei sappia veramente da chi discende e soffra nella consapevolezza di conoscere i crimini commessi da qualche componente della sua famiglia, da persone che hanno il suo stesso sangue; voglio che soffra, così come hanno sofferto tanti miei fratelli.
Il suo paese ha invaso il mio; ha attaccato guerra senza neanche la decenza di una dichiarazione, forse non lo riteneva degno di un tale atto dovuto.
Avete commesso le peggiori atrocità che un popolo può commettere contro un altro; atrocità contro un popolo inerme, impreparato alla guerra e contro civili, donne e bambini. Golia contro Davide, ma un Davide totalmente disarmato, senza nemmeno la sua misera fionda e senza pietre da poter raccogliere.
Non avete dimostrato la minima pietà e dignità, né onore.
Voi oggi, con diverse commemorazioni, ricordate gli eccidi commessi dai nazisti dopo il vostro 8 settembre 1943, Fosse Ardeatine, Marzabotto, ma avete dimenticato i vostri crimini in altre terre, che sicuramente non sono stati da meno di quelli che denunciate con le vostre celebrazioni, anzi fanno impallidire quei crimini nazisti.
I nostri morti sono simili ai vostri; le mamme, i figli dei soldati e dei civili uccisi sono uguali alle vostre mamme, ai vostri figli e ai vostri soldati. Anche se siamo neri, amiamo e soffriamo esattamente come voi!
Noi non abbiamo dimenticato.
Terrò vivo il ricordo dei vostri misfatti. Io ve li ricorderò, mi sono proposto questo importante compito.
Farò in modo che la nostra memoria diventi anche la vostra; la mia sofferenza diventi anche la vostra."

La lettera terminava lì, con quella impietosa frase.
Poche righe scritte con un computer utilizzando un particolare font: il Mostra, con i suoi tipici caratteri in uso nei manifesti e nelle scritte dei video trasmessi dalla propaganda fascista.
Lucrezio Graziani non sapeva cosa pensare. Cadeva lette-ralmente dalle nuvole. Chi aveva scritto quelle parole? A chi si riferivano? Si parlava della sua famiglia, a quale parente o antenato faceva riferimento la lettera? Cosa volevano da lui? Chi aveva invaso cosa?
Riprese la busta tra le mani, la rigirò diverse volte tra le dita cercando qualche particolare che prima magari gli era sfuggito: nulla, non trovò niente di nuovo!
Si fermò di scatto, solo allora si rese conto che sulla busta non c’era il francobollo: era stata recapitata a mano.
Tutto era terribilmente così ridicolo, così fuori dalla realtà, almeno dalla sua realtà così spensierata e mondana.
Riflettendo ulteriormente, Graziani concluse che sicura-mente si trattava di uno scherzo, in realtà molto pesante, di qualche suo amico burlone; era troppo seria la lettera per essere vera! Solo un pazzo avrebbe potuto scrivere simili righe in cui si rievocavano eventi lontani, accaduti addirittura quasi ottant’anni prima.
Lucrezio Graziani fece un sorrisetto, pensando al suo gruppo di amici: li rivide tutti nella sua mente… chissà chi era stato l’ideatore di tale burla; in realtà qualche idea se l’era fatta e sorrise pensando a lui. Spesso Graziani era preso in giro dai suoi amici per il suo particolare nome, anche se lui ribadiva che si trattava di un antico e importante nome, in uso già in epoca romana e da illustri personalità.
Ripose la lettera nella busta, la richiuse e la conservò nell’ultimo cassetto della sua grande scrivania in radica di ciliegio.
Il suo sguardo corse all’armadietto accanto alla ricca libre-ria, anch’essa in radica di ciliegio, una vetrina blindata portafucili nella quale erano conservati vari tipi di armi, alcune appartenenti ormai alla storia e non più funzionanti; altre molto recenti e ben oliate.
Quella lettera la riteneva uno scherzo, anche se di cattivo gusto; tuttavia lo sguardo alla vetrina blindata gli fece ca-pire che una certa dose di inquietudine, suo malgrado, si era impossessata di lui. 

(pagg. 29-35 continua...) 


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