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L'AMORE SBAGLIATO - Romanzo storico

    PROSSIMA USCITA   

La storia di un grande amore tra Loris ed Emy, tanto grande da dover superare ostacoli insormontabili e che si rivelerà un "amore sbagliato".

Rodolfo Graziani, il "macellaio del Fezzan" e non solo.
Il più giovane colonnello fascista italiano protagonista della guerra in Africa e di diversi eccidi, tanto che l'ONU lo ha dichiarato un "criminale di guerra".
Ancora un "amore sbagliato"...

Perché l'amore tra Loris ed Emy si rivelerà un amore sbagliato?
Che legame c'è tra Loris, Emy e il gerarca fascista?
Chi è l'ustascia Pavcìc?
Perché delle lettere anonime a Lucrezio Graziani?

Karhl Levan, Emy, Loris, Mjriam, Lucrezio Graziani, Kumil, Clara, Luisa Rinalsi, Rodolfo Graziani (unico personaggio storico del romanzo), il maresciallo Luca Fabretti e il capitano Fiore Salvino sono i personaggi del romanzo storico le cui vicende si intrecceranno in modo inaspettato...

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(Pagine in anteprima...)
1. Loris

Loris si avvicinò alla finestra e l’aprì con impeto… quella musica, sempre la stessa.
Da qualche tempo un pianoforte, ogni pomeriggio all’incirca alla stessa ora, emetteva le sue dolci note; suoni melodiosi e tristi in alcuni momenti, vivaci in altri; chi stava suonando riusciva a mettere in risalto la dinamica del pezzo in modo magistrale, andando da un pianissimo appena percettibile ad un forte maestoso; si udivano scale cromatiche con i suoni che si inseguivano scendendo e salendo lungo la tastiera.
A momenti il suono quasi si bloccava su una nota, subito dopo riprendeva vertiginosamente con precisione ritmica.
Loris era dell’idea che soltanto una donna poteva suonare in quel modo, lì c’era tutta un’anima che esprimeva sé stessa mentre suonava; più che le corde tese del pianoforte, lei stava toccando le corde della propria anima; stava dando una voce ai suoi muti sentimenti più profondi.
Nella sua mente, Loris vedeva due mani sottili, con dita ben affusolate che si destreggiavano tra i bianchi tasti d’avorio e quelli neri del pianoforte, a volte accarezzandoli, altre volte obbligando i martelletti a dare colpi decisi sulle corde fasciate in rame, quelle che emettevano i suoni più profondi.
La prima volta che Loris ascoltò quella melodia, accese il suo smartphone e lanciò l’applicazione Shazam, ben in vista nella schermata iniziale perché era una di quelle che lui utilizzava con molta frequenza: aveva estremamente bisogno di una conferma mentre il cuore gli batteva forte.

Shazam
non lo deluse: Fantasia in Re minore, Wolfgang Amadeus Mozart, questo fu il responso che comparve sul display del suo smartphone.
Non poteva essere vero, era proprio il pezzo per pianoforte che ascoltava quando era bambino: sua madre lo eseguiva mentre lui le era seduto accanto; ricorda come i suoi grandi occhi sgranati ammiravano quelle mani che volteggiavano leggere su quella lunga striscia di tasti.

 

Loris, rapito dalla melodia, si perse nei suoi pensieri, gli ritornò in mente sua madre, la sua dolcezza.

Ad un tratto, alcuni ricordi dispersi nei meandri della sua mente, sepolti sotto una spessa coltre di altri avvenimenti, si fecero improvvisamente largo e tornarono a galla.

Si chiese dove fossero stati conservati quei ricordi fino a quel momento!

Ricordò che sua madre, mentre eseguiva quel pezzo, smise di suonare improvvisamente e osservò suo figlio, con occhi sorridenti; si era accorta che lui guardava stupito le sue mani e sembrava rapito da quella melodia che aveva già ascoltato innumerevoli volte; lei tentò di spiegargli qualcosa di quel pezzo: «Mozart ha scritto questo pezzo improvvisandolo, è un brano particolare, con momenti molto distinti tra loro.

All’inizio sembra di ascoltare Bach con i suoi arpeggi, poi arriva subito Mozart con l’adagio e il presto. Bellissima l’idea di quella nota suonata più volte, tristemente, da sola, come una campana che sta richiamando a raccolta le altre note, poi tutto sfocia in quel lamento e in quell’allegro che, in realtà, sa di nostalgia…»

In realtà Loris, nonostante l’impegno della madre, non aveva compreso nulla di tutto quello che lei gli aveva detto, adesso tutto era chiaro.

Sua madre conosceva a memoria ogni singola nota, tutti i diversi passaggi: lo spartito lo teneva aperto semplicemente perché le piaceva leggere il titolo e il nome dell’autore del brano, ma non guardava nessuna nota, non ne aveva bisogno: gli occhi, quando erano aperti ― per il tempo dell’esecuzione in genere erano chiusi ― rimanevano fissi sulle prime due righe in alto: Fantasia in Re minore. Wolfgang Amadeus Mozart. Pur essendo aperti, quegli occhi non vedevano nulla; erano due finestre aperte che si affacciavano sulla sua anima.

 

Loris frequentava il corso di chitarra al Conservatorio.

Nei primi tre anni aveva conseguito la licenza di Teoria e Solfeggio musicale, ma per quanto riguardava lo strumento, aveva completato soltanto il corso medio, si trovava un po’ indietro rispetto ai suoi compagni di corso. L’ultimo anno di liceo lo aveva impegnato davvero tanto; del resto desiderava conseguire un voto alto all’esame di Stato per presentarsi con tutte le carte in regola all’università, al corso di Ingegneria dell’informazione.

Tutto questo impegno per l’esame lo aveva staccato molto dallo studio pratico e dalla frequenza del Conservatorio.

Inizialmente, lo stare lontano da quell’ambiente così ricco di musica gli era pesato.

Ricordava molto bene quando, percorrendo i lunghi corridoi del Conservatorio, ascoltava i suoni dei vari strumenti con le loro caratteristiche voci: lì sentiva il suono dell’oboe con il suo timbro scuro e delicato; poco oltre si udiva il suono del clarinetto, strumento estremamente versatile in grado di far divertire e di intenerire nello stesso tempo. Subito dopo due stanze, dalla porta cercavano di uscire fuori gli incantevoli suoni, quasi angelici, delle corde di un’arpa da concerto, con i suoi sette pedali a doppia tacca.

All’inizio degli studi, gli sembrava già abbastanza complicata la sua chitarra con solo sei corde, ma quando Loris vide l’arpa da vicino ne rimase sbalordito: di corde ne possedeva ben quarantasette! L’arpista gli spiegò che ogni corda poteva produrre tre note di altezza differente grazie proprio a quei sette pedali: il loro corretto utilizzo permetteva all’arpa di far produrre ad una stessa corda una delle sue tre note.

A Loris piaceva trovarsi in quell’ambiente, ci stava bene. La musica lui ce l’aveva nell’anima; non per nulla, a causa del colore della sua pelle, che aveva gli stessi colori degli abitanti dell’America centrale, si definiva un creolo.

I suoi capelli, in stile rasta, lo avvicinavano ancora di più a molti giovani di quella zona dell’America. Era fiero della sua capigliatura rasta: non era dovuta solo ad aspetti estetici, ma ad una forte credenza religiosa. Loris si era ben informato, conosceva tutta la storia del rastafarianesimo e aveva aderito con grande convincimento religioso e politico a quelli ideali.

 

Ogni tanto si riuniva con alcuni suoi compagni chitarristi e con altri strumentisti del conservatorio appartenenti a corsi differenti, tutti musicisti in erba come lui: tentavano di eseguire qualcosa, soprattutto del buon blues, quella musica struggente musica nata in America meno di due secoli fa dal connubio tra i canti spiritual africani e i canti di lavoro nelle dure piantagioni di cotone del Sud realizzato dagli schiavi o dai discendenti degli schiavi afro-americani. Devil blues era il nome con cui si indicavano diversi stati: di ubriachezza, depressione agitazione, poi divenne semplicemente blues.

Dallas blues fu la prima canzone, protetta da copyright, che unì quel tipo di musica all’aggettivo blues!

Loris amava sia la musica classica sia la leggera; da buon chitarrista, ascoltava artisti e band musicali in cui la chitarra la faceva da padrona con le sue vertiginose improvvisazioni; musicisti a livello di Steve Ray Vaughan, per tutti SRV, Steve Vai che si definiva il chitarrista di Dio. Loris rimase stupito nello scoprire che Steve Vai, per interpretare il brano solo strumentale For the Love of God come lo immagina lui, aveva sostenuto un digiuno di ben dieci giorni e nel quarto aveva registrato il brano, zeppo di tecniche chitarristiche come tremolii, armoniche, sweep-picking, il metodo che utilizzava spesso per riuscire a suonare un elevato numero di note in una brevissima unità di tempo.

Oltre a questi suoi “giganti” della musica preferiti, ascoltava spesso artisti del calibro di Beth Hart e Joe Bonamassa, Eric Clapton, Jimi Hendrix, B.B. King, John Lee Hoker e molti altri, alcuni dei quali poco noti ai più perché considerati musicisti di nicchia; insomma, riteneva di avere una ricca cultura musicale in cui risaltava in modo particolare il suono della chitarra elettrica, con tutti i suoi effetti.

Nella sua stanza, il posto d’onore, quello sopra la testata del letto, era stato riservato, ovviamente, ad un mega poster di Bob Marley: come si poteva essere rasta e chitarrista senza la conoscenza anche di Robert Nesta Marley?

Certo, la maggior parte di quei musicisti e dei loro pezzi non erano ancora assolutamente alla loro portata; per questo, per il momento, lui e i suoi amici si divertivano a suonare pezzi di artisti più abbordabili, come i Pink Floyd, oppure i Dire Straits che avevano alcune melodie tecnicamente semplici da eseguire.

Fu proprio questa sua conoscenza della musica che lo portò a immaginare, in modo del tutto arbitrario, che le note del pianoforte che entravano nella sua stanza dovessero essere suonate per forza da una donna, da una giovane donna.

E ormai desiderava assolutamente conoscerla!

Si era creato un forte legame tra lui e la sua pianista… tra lui e la sua immagine della giovane pianista; sempre se di una donna, per di più giovane, effettivamente si trattasse!

In qualche modo se l’era anche raffigurata, si era costruito mentalmente una propria fisionomia della ragazza.

Riteneva che dovesse trattarsi di una ragazza all’incirca della sua età, doveva essere poco più che ventenne, sicuramente carina, con i capelli lunghi e castani e con delle eleganti mani.

Le mani… su queste ci aveva riflettuto davvero molto, mani senz'altro belle e sottili con dita lunghe e affusolate,insomma le classiche mani da pianista.

Tuttavia, Loris ricordava di aver letto qualcosa del famoso pianista cinese Lang Lang, il quale affermava che se delle dita lunghe in teoria rendono tutto più facile, dita robuste e corte sono però più vicine ai tasti e permettono di ottenere una gamma più estesa di colori. Certo, le une o le altre dita non erano sufficienti per eseguire alcune partiture di Sergej Vasil'evic Rachmaninov, un giovane pianista dotato di dita così particolari che arrivavano a coprire con facilità un’estensione di ben dodici tasti del pianoforte con una sola mano, una sfida per la maggior parte dei pianisti!

Loris mise da parte l’enorme testo che stava studiando, Architetture e reti di calcolatori, poggiò le braccia sulla scrivania e lasciò andare la testa sulle braccia, ascoltava la melodia… i suoi pensieri si persero nuovamente nel passato; tornò a farsi breccia, in quel marasma che gremiva la mente, sua madre: Luisa Rinalsi.

Lei era stata un’abilissima pianista, una concertista.

Si era esibita sui palchi dei grandi teatri italiani: la Scala di Milano, il San Carlo di Napoli, la Fenice di Venezia. Spesso i suoi concerti si concludevano con ovazioni che duravano più di quindici minuti.

Quel 12 luglio di cinque anni prima, Luisa Rinalsi...

(pag. 13)

 

...28
 

«Loris?» chiese la voce al telefono.
«Sì… sono io». Loris, infastidito, riconobbe la voce dell’altro capo del telefono; era... (pag. 267)


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