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MUTILAZIONE GENITALE FEMMINILE (MGF).
"...Era il 2ooo, ormai,  ed erano passati 19 anni  dal giorno in cui ero fuggita. Il mio paese era dilaniato dalla crescita e dalla guerra e io non sapevo cosa fosse successo alla mia famiglia. Mi trovavo a Los Angeles per una conferenza sulla mutilazione genitale femminile. Accettai di parlare anche se per me era difficile. Nel 1995, rompendo un forte tabù, avevo parlato in pubblico della mia escissione. Ero diventata portavoce delle Nazioni Unite sull'argomento, ma ogni volta che ne parlavo, riaffioravano im me penosi ricordi di natura emotiva e fisica. Da bambina avevo pregato mia madre che mi facessero quell'operazione perché avevo sentito dire che mi avrebbe reso pura. Non ero più alta di una capra quando mia madre mi tenne ferma mentre una vecchia mi tagliò la clitòride e le parti interne della vagina e ricucì la ferita. Lasciò solo un minuscolo foro per l'urina e il sangue mestruale. Al tempo non avevo idea di che cosa stesse accadendo perché non ne avevamo mai parlato. L'argomento è tabù. La mia splendida sorella Halimo ne morì. Nonostante nessuno della famiglia volesse affrontare l'argomento, sono certa che sia morta dissanguata o in seguito ad una infezione.
Le donne midgaan praticano l'escissione  con una lametta o un coltello affilato sul momento con un sasso. Nella società somala sono considerate intoccabili perché appartenenti a una tribù che non discende dal profeta Maometto. Utilizzano una pastella di mirra per fermare il sangue, ma in caso di complicazioni non esiste penicillina.  Più tardi, dopo il matrimonio, durante la prima notte di nozze il marito cerca di sfondare la sutura dell'infibulazione...

Si calcola che circa 70 milioni di donne siano state vittime di questa antica tradizione, nonostante le origini della pratica si perdano a causa della sua assoluta segretezza...

Cercai di descrivere la mia esperienza di bambina somala, le mie difficoltà a orinare e i dolori mestruali. Mia madre mi diceva di non bere in modo che l'apertura restasse piccola, e di dormire sulla schena affinché la ferita rimarginasse bene. Credeva che ciò mi avrebbe garantito un futuro, perché le ragazze con i genitali intatti sono considerate impure e squaldrine piene di voglie sessuali. Nessuna madre avrebbe considerato una giovane del genere adatta a sposare un figlio. Mia madre, come tutta la gente, pensava che l'infibulazione fosse prescritta dal Corano. Parlare della mia mutilazione genitale era per me al tempo stesso una benedizione e una maledizione. Ero felice che la gente volesse  fare qualcosa per opporsi a questa pratica crudele, ma ogni volta dovevo rievocare tutto il dolore e la tristezza che essa aveva provocato nella mia vita. Ogni volta che mi pronunciavo contro la mutilazione genitale femminile, mi opponevo a qualcosa in cui credeveno mia madre, mio padre e tutta la mia gente. Denunciavo la mia famiglia e una tradizione molto importante per loro. Volevo guarire le donne che avevano fatto questa dolorosa esperienza, ma ciò faceva di me una nemica del mio paese. Se fossi stata ancora in famiglia, non avrei osato dire nulla in pubblico. Pronunciarmi sulla mutilazione genitale femminile mi spaventava ogni volta e mi metteva in uno stato di ansia. Nella mia cultura ci sono cose di cui non si parla: non si parla dei morti e non si dice che qualcuno è bello. Abbiamo molti segreti, perché se parliamo apertamente, siamo certi che ci capiterà qualcosa di terribile. Rimasi sconvolta nel sentir dire dall'avvocatessa che l'escissione era vera e propria tortura. Mia madre non mi aveva fatto torturare. Credeva di aver fatto di me una donna pura, una donna che sarebbe diventata una buona moglie e madre e che avrebbe onorato la sua famiglia..."
da:
ALBA NEL DESERTO (Desert Dawn),
di WARIS DIRIE con Jeanne D'Haem – Garzanti Libri s.p.a., 2002 -, pagg. 17-19


BAMAKO - La sua scelta di vita Bakary Diarra la porta impressa addosso: "Mia figlia non sarà mutilata" recita la camicia che indossa. Cammina fra i sentieri del villaggio di Sakinèbongou, a una quarantina di chilometri da Bamako, capitale del Mali, tenendo per mano le figlie Fatmata e Jara.
A sette e quattro anni sono troppo piccole per capire cosa vuol dire quella scritta per il loro futuro. Il padre invece lo sa benissimo: "Non voglio che soffrano, né che si ammalino. Ne abbiamo discusso a lungo nel villaggio, e siamo tutti d'accordo: qui da noi l'epoca in cui le bambine venivano tagliate è finita per sempre".
La decisione di Bakary Diarra e dei suoi compaesani è un'eccezione: in Mali il 92% delle donne e delle bambine hanno subito la mutilazione genitale femminile, il 60% vengono "tagliate" prima di compiere i cinque anni. In tutto il mondo, secondo le stime dell'Unicef, 130 milioni di donne e bambine sono vittime di questa pratica: l'uso di tagliare la clitòride e di cucire le labbra della vagina, lasciando aperto soltanto lo spazio necessario per far passare l'urina e il sangue mestruale, fa parte di una tradizione antica, tesa a preservre la "purezza" delle donne e preparare al matrimonio. Solo negli ultimi anni l'attenzione si è concentrata sulle conseguenze: emorragie, infezioni, dolori sono solo i primi sintomi. Col tempo, le donne che da bambine hanno subito l'escissione soffrono durante i rapporti sessuali, hanno difficoltà nel parto e un'alta possibilità di partorire feti morti o di morire esse stesse.
E' per questo che un numero sempre maggiore di donne, in Mali come in altri paese dove la pratica è diffusa, si battono perché sia abbandonata: a contrastarle ci sono le parti più conservatrici della società, spesso appoggiate dal clero musulmano. Per tradizione è al Corano che si fa risalire l'uso dell'escissione, anche se in realtà nel libro sacro dell'Islam del taglio non c'è parola. Per questo negli ultimi anni molti religiosi hanno pubblicamente preso posizione contro le mutilazioni: eppure il messaggio fatica a passare, e tanti imam continuano a rivendicare la necessità del taglio. Mohamed Djallo fa eccezione: nei giorni scorsi è stato lungamente applaudito quando è salito sul palco della conferenza delle mutilazioni genitali femminili organizzata dal governo del Mali e dall'ong "Non c'è pace senza giustizia". "Allah ha detto di aver creato la donna perfetta. Non ha detto che per renderla più perfetta occorre tagliarla", ha detto l'imam. Ma la sua posizione, appunto, è un'eccezione: buona parte dei religiosi invitati hanno scelto di disertare l'incontro e i giornali e le radio conservatrici lo hanno apertamente criticato. "Sono convinti che il Corano raccomandi l'escissione - spiega l'imam Djallo, che per le sue posizione è stato espulso dalla federazione delle guide religiose maliane - basterebbe che lo leggessero davvero, per capire che non è vero. E' una questione di ignoranza quella che sta condannando le nostre donne a sofferenze indicibili".
La pensa così anche Kadjia Sedibè, presidentessa dell'ong maliana Amsopt: è grazie al lavoro di persone come lei se tanti villaggi in Mali negli ultimi anni hanno detto no alle mutilazioni. "E' una lotta lunga - racconta - a Sakinèbongou ci abbiamo messo cinque anni a fare comprendere le conseguenze mediche dell'escissione. Ma quando il quadro è stato chiaro sono stati gli abitanti a scegliere di smettere: è una decisione che nessuno può imporre". Kadjia ammette che con il sostegno dei religiosi tutto sarebbe più semplice, ma è rassegnata: "Non capiscono. Noi ci battiamo perché le nostre bambine non debbano soffrire, non perché tradiscano i valori dell'Islam", dice. La battaglia contro le mutilazioni in molti paesi è diventata anche questo: un braccio di ferro tra l'Islam più oscurantista e quello più aperto. A perderla ogni anno sono tre milioni di bambine: tante, secondo le stime dell'Unicef, vengono escisse in dodici mesi. Vincere la sfida a Sakinèbongou è stato più facile perché è piccolo e non ci abitano né imam né "tagliatrici" (le donne che effettuano materialmente l'operazione). Ma se i villaggi vicini non accetteranno la scelta di Sakinèbongou, nessuno protrebbe volere Fatmata, Jara e le altre ragazzine come mogli quando per loro verrà l'ora di sposarsi. Oppure la famiglia dello sposo potrebbe costringerle al taglio subito dopo le nozze. Un rischio che Bakary Diarra ha ben presente: "Fino a quando sono qui, sarò io a decidere per loro. Ma quando saranno andate via, se gli altri villaggi non condivideranno la nostra scelta, potrò fare ben poco per difenderle".
Da "La Repubblica", di Mercoledì 8 marzo 2006, pag. 27. Dall'inviato Francesca Caferri.

Secondo una mappa, presente nella stessa pagina de "La Repubblica", si scopre che subiscono la mutilazione,un'altissima percentuale di donne, sul totale della popolazione femminile dello stato in questione; precisamente il:
71% in Mauritania, 92% in Mali, 99% in Guinea, 45% in Costa d'Avorio, 45% in Ciad,
77% in Burkina Faso,
89% in Eritrea, 80% in Etiopia, 97% in Egitto, 90% in Sudan.