LA CABBALA    (QABBALA')                           

Articolo tratto interamente dalla rivista JESUS, Luglio 2006 tutti i diritti appartengono a detta rivista.

In passato il termine evocava ostiche verità esoteriche e chi vi si dedicava aveva fama di seguace dell’occulto. Il filone mistico dell’ebraismo ha spesso suscitato interesse e qualche curiosità morbosa. Dopo decenni di oblio, la qabbalà oggi è tornata di moda, complice la voglia di originalità di qualche star hollywoodiana. E con l’esplosione del fenomeno, è diventato difficile distinguere la seria ricerca spirituale dalla superstizione o, peggio, dal mero affarismo sotto le mentite spoglie di nuovi movimenti religiosi di sapore New Age.

I
media l’hanno battezzata Pop Kabbalah per la sua penetrazione nel mondo dello spettacolo. Da quando l’ha scoperta, Madonna indossa magliette con la scritta «Kabbalists do it better», durante i concerti si attorciglia nei tefillin, le strisce con il testo della Torà che gli ebrei osservanti usano per la preghiera mattutina, aggiunge al suo nome d’arte cattolico quello di Esther, moglie ebrea di Mardocheo re di Persia, della quale è ritenuta la reincarnazione, indossa il braccialetto rosso contro il malocchio (Evil eye), si dice stia per acquistare un villino a Rosh Pina, nel centro dello wadi, il luogo che dovrebbe accogliere i passi del prossimo messia nell’angolo di Galilea più sacro per i cabalisti. Soprattutto, la poliedrica rockstar versa milioni di dollari nelle lussureggianti casse del Kabbalah Centre che, grazie alle sue donazioni, ha aperto una succursale a Londra.

Non è da meno Britney Spears, fotografata con un tatuaggio (espressamente vietato nella Bibbia) che combina misticamente lettere ebraiche e decora la sua sexy nuca proprio in corrispondenza della componente ossea destinata, secondo la cultura ebraica tradizionale, a non decomporsi perché da lì dovrebbe partire la resurrezione. E ancora: a Elisabeth Taylor «la qabbalà ha donato una luce per attraversare le tenebre»; a Demi Moore ha «insegnato a dare valore alle cose che contano davvero»; a un nugolo di star hollywoodiane, che annovera tra le sue fila Barbra Streisand, Gwyneth Paltrow, Diane Keaton, nonché a miti del pallone come David Beckham, ha offerto una via alternativa all’altrettanto in voga Scientology; ai rotocalchi di tutto il mondo ha regalato un surplus di folclore religioso con il quale impepare le stanche pagine del gossip; ai cacciatori di sette e di bufale ultraterrene, materiale per riempire pagine di dossier; agli avvocati, laute parcelle per le cause intentate dagli adeptipentiti che si ritengono truffati dalle promesse di pseudo-cabalisti dell’ultima ora. Al Kabbalah Centre un fiume di denaro proveniente dai centri sparsi in tutto il mondo: una decina negli Stati Uniti e più di 50 nel mondo

Insomma: da Hollywood è partita la nuova moda di sapore New Age, che si avvale degli antichissimi testi esoterici, linfa del misticismo ebraico, per secoli avvolti nel mistero e riservati ai pochi studiosi in grado di penetrarne i significati arcani, di decifrarne le complesse simbologie, di attraversarne l’oscuro linguaggio. Un universo di parole dove è possibile perdersi se non si hanno in mano le chiavi per aprirne le serrature e che i custodi dell’ortodossia avevano da sempre riservato agli iniziati disposti a dedicar loro la vita.

Con il suo misto di astrologia, numerologia, psicologia, pratiche ai confini della magia, vendite di amuleti e acque sante che si dice siano in grado di depurare anche i corsi d’acqua inquinati dall’apocalisse di Cernobyl, Philip Berg, fondatore del Kabbalah Centre, ha costruito un vero e proprio impero che oggi conta tra i manager del gruppo anche la moglie Karen (vera mente affarista della coppia, sembra) e i figli. Dal 2000 al 2003, secondo quanto riportato dai giornali, cinque fondazioni del Centro di Berg hanno ricevuto importi per 60 milioni di dollari.

Mentre i rabbini ultraortodossi si indignano, arrivando a volgari insulti per la scelta di Madonna-Esther come icona del movimento, e altri liquidano il fenomeno con frasi del tipo «gli insegnamenti di Berg stanno alla vera qabbalà come l’astrologia sta all’astronomia» o «come la pornografia sta al vero amore», il gruppo della famiglia Berg ha superato in fama ed entrate la potentissima Scientology. E soprattutto ha dato la stura alla qabbalmania, che ormai si sta diffondendo – grazie anche a centinaia di siti internet – ben oltre le coste degli Stati Uniti, e al di là dei ristretti confini demarcati dalla presenza delle comunità ebraiche della diaspora.

Ma cosa cercano e cosa trovano gli ebrei e i non ebrei che si rivolgono al Kabbalah Centre di rav Berg? Franco Kalonymos, quarantenne scrittore di cinema, di famiglia ebraica emigrata in Israele nel 1980, racconta così la sua esperienza: «Anni fa ero a Los Angeles per lavoro, spesso passavo davanti al Kabbalah Centre ma non vi ero mai entrato. Poi un giorno mi sono fermato a parlare con una signora molto gentile che mi ha invitato a trascorrere lo Shabat con lei al Kabbalah Centre. Ho esitato un poco ma poi mi sono detto: che male c’è a provare? Appena entrato mi sono accorto che il rabbino in sala stava dicendo: "Stiamo entrando nel mese dello scorpione...". Sono rimasto enormemente colpito perché io sono uno studioso di astrologia e per la prima volta ascoltavo un rabbino che prendeva l’astrologia sul serio e la incuneava nella mistica ebraica. A parte questi aspetti, la qabbalà ha una capacità di trasformazione che nessun’altra esperienza mi ha fornito. Ti insegna a distinguere l’istinto buono da quello cattivo. Ti dà modo di gestire gelosia, ira, paura e di trasformare queste passioni negative in un’energia positiva».

«Secondo me, Philip Berg ha compiuto un lavoro molto pulito di apertura ai non ebrei», commenta Yaov Dattilo, psicologo e da molti anni studioso della qabbalà e della sua diffusione nel mondo. «Nella domanda di spiritualità che ha investito la società contemporanea mancava qualcosa che facesse riferimento alla tradizione ebraica e lui l’ha fornita. Lo straordinario successo, il dilagare dei suoi centri, hanno trasformato l’iniziale impresa in una sorta di multinazionale, ma io credo che l’ispirazione sia giusta e che la sua operazione non sia riconducile solo alla spettacolarizzazione o all’affarismo. I suoi gruppi svolgono un’importante attività umanitaria, lavorano insieme ai cristiani...».

Tutto bene, ma le vendite dell’acqua santa, i braccialetti contro il malocchio, e tutti gli altri contenuti magici nel messaggio di Berg, sono compatibili con la tradizione autentica della qabbalà? «Esiste una qabbalà pratica, ovviamente, ma la magia è distante ed espressamente vietata», risponde Dattilo. «Le pratiche sono finalizzate esclusivamente a fare emergere la nostra forza interiore. Ogni elemento è denso di significati spirituali, la ghematria (che studia il valore numerico di ogni parola), la fisiognomica sono strumenti per entrare in contatto con il mistero, così come i precetti sono canali metafisici per lavorare con i mondi superiori, un modo per portare il sacro in ogni piccolo gesto. Anche nel gruppo di Berg, quando si fa riferimento all’apertura del Mar Rosso, (che si dice sia stata operata da Mosè attraverso la contemplazione dei 72 nomi di Dio, che si ottengono combinando le 22 lettere dell’alfabeto ebraico) si rimanda all’interiorità dell’individuo quando si afferma "sei tu che devi aprire il Mar Rosso"».

Però il merchandising fiorisce, come d’altra parte in altre tradizioni religiose che decidono di affidarsi ai miracoli. «Soprattutto fiorisce la banalizzazione di una tradizione di grande profondità», afferma Guido Vitale, ebreo ortodosso, direttore di www.mosaicocem.it, il sito ufficiale della Comunità ebraica di Milano. E aggiunge non senza una punta di orgoglio che «l’ebraismo è una delle rare culture umane che non fa proselitismo. Questo suscita un interesse quasi morboso da parte di chi vorrebbe aderire alla religione ebraica, e ci sono alcuni che offrono delle scorciatoie. C’è un illuminante passaggio nel Talmud dove si riporta la seguente leggenda ebraica: un viandante fuori dalle mura di Gerusalemme chiede a un bambino la via per arrivare al Tempio. Il bambino risponde: "Vuoi la strada breve che invece è lunga o la strada lunga che invece è breve?". Questo per dire che i segreti dell’ebraismo non sono preclusi ma difficili da raggiungere».

Per districarsi nel caleidoscopico labirinto della tradizione cabalistica, che attrae per la visionarietà, la capacità di rendere pulsante di sacro il prodotto dell’uomo, che, per citare Gershom Sholem, ci insegna come «la via mistica verso Dio è l’inverso della via per la quale procediamo da Dio», insomma per arrivare al cuore dell’insegnamento non basta una vita di studi.

Ed è quanto spiegano le decine di gruppi che negli ultimi tempi hanno scelto la via della propaganda religiosa telematica, mettendo online la tradizione mistica ebraica. Per chi si accosta al tema non è facile, nel pulviscolo di internet, distinguere la scintilla divina che ci condurrà davvero verso la luce, dal granello di polvere che brilla di luce riflessa, anche se ci sono centri molto seri che si dedicano alla diffusione della qabbalà. Ma non c’è dubbio che questa nuova passione abbia portato molte persone a guardare all’ebraismo con un interesse diverso, non sempre superficiale.

«Sì, potrebbe sembrare una moda», esordisce Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma, «e la banalizzazione è scandalosa, però l’apertura della tradizione cabalistica ai non ebrei non è affatto una novità. Ci sono stati periodi nei quali i cabalisti hanno avuto un grande impatto sulla cultura del mondo circostante. Già nei primi secoli dell’era volgare tra la gnosi e la qabbalà ci furono scambi di teorie mistiche, per non parlare dell’epoca rinascimentale quando si diffuse tra filosofi e scienziati cristiani. La qabbalà ritiene necessario il fatto che i suoi concetti vengano conosciuti, anche perché è una dottrina rivoluzionaria che, sotto l’effige della tradizione, modifica profondamente le cose mettendo in evidenza aspetti meno considerati dell’ebraismo, al fine di creare un sistema di armonia e di pace interiore. Mi sembra, però, che la recente moda tenda a divulgarne gli elementi esteriori indulgendo sull’aspetto psicologico-estatico che è quello di più facile presa».

Sorride, Riccardo di Segni, stimato primario ospedaliero a Roma, e aggiunge: «Vede, l’altro giorno mio figlio si è laureato in Fisica, discutendo una tesi con un titolo del quale io non sono riuscito a decifrare neppure una parola. Quando si entra in mondi diversi ci vogliono anni solo per carpire il significato di un sostantivo... Figuriamo per penetrare i segreti di una tradizione così complessa come quella cabalistica».

Matilde Passa

 

L’antica tradizione
di cercare Dio tra le righe

di Massimo Giuliani
  

Al di là delle mode superficiali, delle curiosità morbose, delle superstizioni facili, che cosa è realmente la qabbalà? Lo spiega in questo articolo Massimo Giuliani, studioso di ebraismo e professore all’Università di Trento.
   

Ripulita dalle incrostazioni che lungo i secoli l’hanno trasformata in una superstiziosa mitologia di numeri portafortuna, la qabbalà non è altro che la tradizione mistica del giudaismo che affonda le sue radici nei primi secoli dopo Cristo e che si è forgiata, come noi la conosciamo oggi, tra la Provenza e la Spagna, e poi a Safed in Galilea, tra il XII e il XVI secolo. Il termine ebraico "qabbalà" significa «recezione» nel senso di qualcosa ricevuto e trasmesso per via orale, e dunque «tradizione» della sapienza ebraica, che consiste essenzialmente in commenti esegetici e simbolici del Tanakh, ossia della Bibbia ebraica.

Poiché in ebraico i numeri si esprimono con le 22 consonanti dell’alfabeto, e dato che uno dei metodi dell’esegesi tradizionale ebraica è la ghematria, ossia il computo del valore numerico delle parole onde scoprire nuovi significati scritturistici, è stato facile per i non iniziati a questo metodo confonderlo con un’arte segreta dei numeri, da cui attingere formule semimagiche per ottenere i favori divini. Solo nel corso del XX secolo, anche grazie all’opera storiografica di Gershom Scholem (1897-1982), questa dimensione poco nota della dottrina e dell’esperienza ebraica è stata studiata con metodi scientifici e rivalutata in tutta la sua complessità teologica e antropologica.

In termini più generali, poi, per qabbalà si intende un corpus assai esteso di testi, arrivati a noi per lo più in forma di manoscritti in ebraico e/o in aramaico, che raccoglie le riflessioni e le meditazioni di circoli elitari di studiosi ebrei che avevano come ideale religioso, al pari dei mistici della tradizione cristiana e musulmana, l’unione con Dio (devequt in ebraico), ovvero l’ascesa dell’anima nei «mondi superiori»; ma anche, a differenza del misticismo di ogni altra religione, il desiderio profondo di contribuire in modo attivo alla redenzione del mondo e all’unificazione di Dio stesso. La natura elitaria di questi circoli, almeno fino all’avvento del chassidismo (XVIII secolo) che si propose di popolarizzare l’ideale della devequt, è dovuta al fatto che la conoscenza approfondita di questo corpus letterario-teologico richiede lungo apprendistato di studi sia biblici che talmudici, congiunti solitamente a una non comune pratica ascetica personale.

Tre sono i testi fondamentali, che costituiscono il fondamento del misticismo ebraico. Si ritiene che il più antico, la cui composizione è datata tra il VI e il VII secolo d.C., sia il Sefer Jezirà, ossia il «libro di formazione», di autore ignoto, nel quale si narra di come Dio abbia creato il mondo giocando, se così si può dire, con le lettere dell’alfabeto ebraico attraverso quella che nel Medioevo sarà chiamata ars combinatoria. Tradotta in latino, quest’opera esercitò una grande influenza anche nel mondo cristiano rinascimentale.

Nella Provenza del XII secolo apparve poi un altro testo, destinato ad affascinare il pensiero e la prassi dei mistici ebrei: il Sefer ha-bahir o «libro dell’illuminazione». Scritto in forma di dialogo tra alcuni maestri e i loro discepoli, condensa molte interpretazioni scritturali dove compare, per la prima volta, la dottrina delle dieci sefirot o emanazioni divine, concepite come veri e propri attributi della presenza di Dio nel mondo, e se messe in relazione tra di loro danno forma a una specie di albero, noto come albero sefirotico o albero della vita, una delle "immagini" più diffuse che sintetizzano appunto gli elementi costitutivi della qabbalà.

Un terzo testo fondamentale è il Sefer ha-zohar, o «libro dello splendore», a ragione il più noto e il più lungo, vera summa di commenti mistici sulla Torà, attribuito (per accrescerne l’autorevolezza) al maestro del II secolo Shimon bar Jochaj ma in realtà, come gli storici hanno appurato, compilato agli inizi del XIII secolo nell’ambito del giudaismo castigliano, forse (secondo l’ipotesi di Scholem) da Moshè de Leon di Villadolid.

Lo Zohar, come è chiamato per brevità, contiene un po’ tutte le dottrine del misticismo ebraico dei secoli precedenti, che vengono riorganizzate in un linguaggio esoterico ricco di metafore, tra cui un’immagine divina composta di una parte maschile e una parte femminile in costante desiderio di unificarsi. Nello Zohar non mancano comunque riflessioni sul male, sulla teodicea, sulla reincarnazione delle anime e sui complessi rapporti tra le varie emanazioni o attributi divini.

In questa tradizione mistica – che secondo il pensiero ebraico ortodosso è stata consegnata da Dio, come la Torà, a Mosè sul Monte Sinài – due testi biblici costituiscono dei paradigmi imprescindibili: il primo capitolo della Genesi e il terzo capitolo di Ezechiele. L’incipit della Bibbia dà origine a una riflessione chiamata ma’asè bereshit, oOpera della creazione, mentre la visione del profeta sulla figura del carro divino, che pertanto si chiama ma’asè merkavà o Opera del carro, ispira una spiritualità dell’ascesa; insieme rappresentano due tendenze speculative e due generi letterari, come spiega Giulio Busi nell’introduzione alla miglior antologia sulla qabbalà disponibile oggi in Italia (Mistica ebraica, Einaudi 1999), cui fanno riferimento un po’ tutte le scuole qabbalistiche, quasi a voler indicare una via discendente e una via ascendente per cogliere i segreti divini nascosti nelle Sacre Scritture.

Non deve essere infatti mai dimenticato che questi testi esoterici sono comunque uno sforzo interpretativo, da parte dei maestri del giudaismo, per meglio comprendere la Rivelazione biblica e per compiacere Dio osservando i suoi comandamenti. A questo scopo le dottrine qabbalistiche danno tutte grande importanza al linguaggio e ai suoi elementi costitutivi, ossia all’alfabeto ebraico, che per un mistico contiene già, seppure in nuce, tutti i segreti della Creazione, della Rivelazione e persino della Redenzione, essendo le lettere ebraiche veri ricettacoli della potenza divina. La loro contemplazione è già contemplazione della potenza divina che opera nel cosmo, e la loro conoscenza associa chi ne studia le combinazioni alla stessa creatività di Dio. Questo spiega perché nei secoli passati la qabbalà sia stata così spesso accostata all’alchimia, all’arte della trasformazione dei metalli con il fuoco (altra metafora che ricorre spesso nel corpus mistico ebraico) e alla rigenerazione dell’anima.

Sempre secondo alcuni storici del giudaismo, questa corrente mistica rifiorì nella Catalogna e nella Castiglia del XIII e XIV secolo come reazione al razionalismo di stampo aristotelico tipico della filosofia ebraica ispirata da Maimonide. Che si tratti di una reazione oppure di un germoglio autoctono, che affonda le sue radici nel movimento dei profeti biblici, è storicamente determinante il fatto che, con la cacciata degli ebrei dalla Spagna nel 1492, anche la qabbalà emigra dalla penisola iberica verso le altre sponde del Mediterraneo, in particolare nella Grecia e nella Turchia dell’impero ottomano e in Palestina, o meglio in Galilea, nella città di Safed. Qui emergono qabbalisti di prim’ordine, veri e propri filosofi della mistica ebraica, come Joseph Caro (1488-1575), Solomon Alkebez (1505-1584), Moshè Cordovero (1522-1570) e soprattutto Izchaq Luria (1534-1572) che, seppur morto giovane, influì enormemente sul pensiero mistico grazie agli scritti del suo discepolo Chajjim Vital (1542-1620).

A Vital dobbiamo la divulgazione delle idee altamente speculative di Luria, per il quale la creazione del mondo altro non sarebbe che un atto di autorestringimento di Dio, lo tzimtzum, in virtù del quale Dio, che è il Tutto, dovette «restringersi», quasi contrarsi in se stesso, onde far posto al mondo come realtà autonoma e indipendente. Altra famosa teoria qabbalistica di matrice luriana è la concezione che nel mondo esistano qua e là scintille di luce divina, sparse e seminascoste nella materia, precipitate dai «vasi» che le contenevano e che si sarebbero rotti al momento della creazione. Compito dei giusti nella vita è quello di riconoscere queste scintille e di liberarle dalle scorze che le tengono prigioniere, al fine di riunirle all’energia divina.

Per Luria e Vital, in fondo, tutta la mistica ovvero la qabbalà non sarebbe altro che uno sforzo da parte ebraica per riunire le scintille divine sparse nell’universo (forse le anime dei giusti che soffrono) e nell’accelerare così il processo dell’avvento messianico. A queste dottrine si rifece un secolo dopo il falso-messia Shabbataj Zevi, che si appoggiò all’autorità delle dottrine esoteriche per giustificare prima la sua presunta messianicità e poi la sua tragica apostasia (a Costantinopoli per aver salva la vita si convertì all’islam).

Anche il giudaismo italiano diede un contributo significativo allo sviluppo della mistica sia nel periodo medioevale che nell’età moderna. Essendo terra di mezzo tra le comunità di Palestina e quelle della Provenza e della valle del Reno, nell’Italia centro-meridionale fiorirono molte scuole talmudiche aperte alla speculazione mistica.

Tre nomi possono richiamare tale contributo: Menachem Recanati, attivo tra il XIII e il XIV secolo, che lasciò un prezioso commento alle dieci sefirot, che fu studiato nel Rinascimento anche da Giovanni Pico della Mirandola, tra i primi umanisti cristiani a esplorare i testi della qabbalà; Moshè Chajjim Luzzatto (1707-1747), ebreo padovano autore di opere sia qabbalistiche che morali, che fondò anche un circolo di mistici dediti alla lettura continuata dello Zohar e che a motivo di questa frequentazione venne allontanato dall’Italia (si rifugiò prima in Olanda e poi emigrò a sua volta in Galilea); e infine Elia Benamozegh (1823-1900), livornese di origini sefardite, forse l’ultimo grande rabbino italiano che coltivasse la qabbalà e che ne sapesse integrare gli insegnamenti con il tradizionale pensiero talmudico.

Nachmanide, un grande qabbalista sefardita del XIII secolo, afferma che tutta la Torà sarebbe stata data sul Monte Sinài come una sola grande parola, un testo continuato, senza interruzione alcuna. Mosè l’avrebbe però intesa nella forma che noi conosciamo, già suddivisa in libri, sezioni e comandamenti, e la trasmise come Torà scritta. Tuttavia egli la udì anche come un’unica parola, come il Nome completo di Dio «scritto con fuoco nero su fuoco bianco». La qabbalà è ricerca di questo Nome che come un fuoco vibra continuamente nel testo scritto (fuoco nero) non meno che nella sua continua interpretazione orale (fuoco bianco) da parte della comunità che la accoglie; ma è una ricerca che non pretende mai di trovare ciò che cerca, ben consapevole che tutte le nostre parole umane non possono contenere neppure una parte della verità divina, la quale nei testi sacri più che apparire ama nascondersi, appunto per farsi cercare ogni volta come daccapo. Non a caso nella tradizione qabbalistica Dio è chiamato Ein Sof, il Senza Fine. Questo è il messaggio del misticismo ebraico, che non smette fino a oggi di affascinare gli ebrei come i non ebrei.

Massimo Giuliani

Ricerca di luce spirituale
in videoconferenza da Israele
di Sara Laurenti - foto D. Zanetti
  

Michael Laitman è uno dei cabalisti più noti e rispettati del momento. Le sue lezioni, trasmesse in diretta video, sono seguite ogni giorno da 250 persone in tutto il mondo: una "sete di infinito" che va ben oltre i confini dell’ebraismo.
   

Sono stipati in una grande aula, in religioso silenzio fin dal primo mattino. Da subito si intuisce che qualcosa di profondo li lega, anche se non si capisce bene cosa. Sono oltre un migliaio, studenti e volontari di tutte le età, per la maggior parte russi e israeliani, qualcuno anche dall’Italia. Gli uomini sono nettamente separati dalle donne. Sono concentrati e non perdono una parola del rabbino, come lo chiamano per rispetto, un po’ insegnante e un po’ guida spirituale che risponde alle continue domande. Un dottorato in Filosofia e Qabbalà e un master in Biocibernetica, il rav è Michael Laitman, uno dei cabalisti più conosciuti e quotati del momento. È fondatore e presidente dell’Istituto di ricerca ed educazione della qabbalà Bnei Baruch, un gruppo non profit con sede in Israele che diffonde questa saggezza «per accelerare la spiritualità dell’umanità».

«La qabbalà è un metodo grazie al quale ognuno vive la propria ricerca spirituale, senza cerimonie, riti o precetti», sottolinea Laitman. Ma, a quanto pare, richiede rigore, impegno e sacrificio. Le lezioni al Centro Petach Tikva di Tel Aviv si svolgono tutti i giorni dalle 3 alle 6 di mattina, sabato compreso. «Nella spiritualità, però, non esiste costrizione, ognuno fa ciò che sente», dice il cabalista. «Fino a una decina di anni fa eravamo in quattro a lezione, due anni dopo in quindici e oggi siamo oltre 250», racconta Gadi, ingegnere di 45 anni. «L’amore per la qabbalà non mi fa sentire il peso dello studio: la volontà dell’uomo determina i suoi bisogni». Gadi ha incontrato un po’ di anni fa la moglie Angela a un raduno: «Ho condiviso la scelta di Gadi, il suo studio», racconta la donna. «In realtà lo faccio perché credo nella qabbalà, non in lui», scherza.

«La donna è la base della vita familiare così come lo è nella vita spirituale: calma l’uomo e gli è di supporto», dice Laitman durante un incontro dedicato solo a loro. «Alla donna non è chiesto di seguire le lezioni al mattino, deve pensare all’armonia familiare». Molte ascoltano fuori dell’aula, via radio, mentre accudiscono i loro piccoli.

Laitman legge e commenta lo Zohar; i lavori di Ari, che visse a Safed nel XVI secolo, e le opere di Yehuda Ashlag, il Baal Sulam del secolo scorso: Laitman ha studiato dodici anni accanto al suo mentore, il figlio di Ashlag. «Questi tre cabalisti sono una sola e stessa anima che si è incarnata successivamente in tre corpi per trasmettere ogni volta un metodo per facilitare questo studio alla generazione successiva», dice il rav, che analizza in chiave simbolica anche i libri della Bibbia ebraica: «Parlano dei livelli di abilità che ci fanno "sentire" il Creatore», spiega. «È sufficiente leggerne alcuni passi per dilatare la luce spirituale in ognuno».

Alle riunioni tutti gli uomini portano la kippah, anche se non sono religiosi. «È un modo per essere autorevoli e ascoltati», dice Moshe, 29 anni, fotografo israeliano. Anche le donne sposate coprono la testa. «Vivere al convegno separatamente è un atto spirituale e di concentrazione. Le distrazioni non aiutano a "mantenere l’intenzione", come si dice in gergo cabalistico. Colui che non esige non ha posto qui». Questa richiesta di serietà e dedizione non scoraggia le persone: molti, che non hanno trovato ospitalità per la notte all’interno del centro, si sono attrezzati con la tenda o dormono sui banchi delle aule. Dopo una lunga giornata di studio, ci si rilassa: tutti si ritrovano per cantare, recitare, parodiare la qabbalà.

L’ultimo incontro internazionale della Bnei Baruch è avvenuto qualche settimana fa a Tel Aviv. Il prossimo sarà in Cile dal 4 al 6 agosto, a Santiago. «Presto l’umanità arriverà a una crisi profonda e capirà che deve correggere se stessa», dice serio il rav. «In passato ho fatto fatica a farmi ascoltare; oggi, invece, vengono milioni di persone ad ascoltarmi: sentono che questa ricerca li può aiutare». Chi non ascolta dal vivo il rav può collegarsi in videoconferenza o scaricare le lezioni al sito www.Kabbalah.info in 22 lingue. «Decine di migliaia di contatti avvengono la mattina presto, tanti altri durante la giornata», racconta Rami, 29 anni, programmatore software che nel tempo libero gestisce volontariamente il sito. «È difficile dare un numero esatto di quante persone si connettono da ogni parte del pianeta. Ci possono essere gruppi di 50 persone o di due. In ogni caso noi registriamo circa 5 mila contatti al giorno». Laitman ha molti progetti in mente: «Fra qualche mese inizierà un corso di laurea di qabbalà online in collaborazione con l’Università di Yale», spiega. «E a breve apriremo un canale televisivo mondiale».

Secondo la qabbalà, i gradi di sviluppo di una persona sono 125. «Arrivare all’ultimo è giungere alla radice dell’anima. Dà all’uomo la sensazione della vita infinita, del flusso della vita eterna oltre questo mondo. Chi sale ogni grado è conscio del passaggio. E anche di come agire per innalzarsi», chiarisce Laitman. «Chi è cabalista vuole il bene degli altri anche se il suo approccio a volte non sembra benevolo. Ma non mi pare che il Creatore o la Natura siano poi così pietosi... Il cabalista ha lo scopo si avvicinare gli altri alla situazione corretta: il patrimonio della Forza è quindi l’altruismo. La qabbalà in realtà aiuta a togliere l’ipocrisia: aiuta l’uomo a vedere la sua vera natura e l’individuo non può più operare come prima».

«Non avevo problemi: avevo soldi, il lavoro, la ragazza, ma sentivo un vuoto profondo», racconta Mutlu, 34 anni, musulmano di origine turca. «Spesso nelle mie riflessioni tornava la parola Allah. Ho cominciato allora a leggere i libri di qabbalà. Più leggevo e più trovavo le risposte alle mie domande. Oggi mi sento rinato». Seppure in condizioni sociali e con storie diversissime, tutti i presenti sono entusiasti di dedicare anima e corpo alla qabbalà. «Mi è stato proposto di entrare nell’ufficio d’avvocatura del rav», confida Ludmilla, avvocato di 44 anni, kazaca. «Non mi importa se sarò pagata. Mi interessa essere utile alla divulgazione della qabbalà nel mondo. Prima uscivo con gli amici, oggi il mio unico interesse è questo studio».

«C’è un’atmosfera serena, una grande voglia di vivere e di aiutarsi in questi convegni», racconta Giorgio, di Foggia. «Qui si affronta la vita cercando di capirne il senso». L’impressione è che a legare questi studenti è una grande sete d’infinito. Tutto il resto, in effetti, può aspettare.

Sara Laurenti