Torna all'indice della tua classe Il Dialogo: Conversione necessaria

Articolo tratto interamente dalla rivista JESUS, Aprile 2006 tutti i diritti appartengono a detta rivista.

La fede non è tribalismo
di Giovanni Ferrò

È proprio ineluttabile lo «scontro di civiltà» teorizzato da Samuel Huntington e tanto predicato dai fondamentalisti di tutte le fedi? È inevitabile l’equazione che lega strettamente fede e violenza? Nel dossier che segue, teologi, studiosi e intellettuali delle tre religioni del Libro rispondono nettamente di no. E, ciascuno dal proprio punto di vista, spiegano quali sono le vie alternative che, senza negare il proprio Dio e la propria tradizione religiosa, conducono al dialogo, all’incontro e alla convivenza pacifica con l’altro.
  
Sarà vero – come sostiene lo scrittore portoghese José Saramago – che se fossimo tutti atei, nel mondo ci sarebbero meno guerre e meno violenza? L’affermazione, che di per sé potrebbe suonare suggestiva, appare più come un paradossale aforisma che come una riflessione ponderata.

Certo, il fatto che sempre più, su questo nostro piccolo pianeta, il movente religioso sia utilizzato come argomento per dare addosso al "nemico", al diverso, al credente di altra fede, fa pensare. Il prepotente ritorno degli Dei sull’agone pubblico e il loro sfruttamento a fini cultural-identitari e politico-diplomatici, è il grande tema di questo decennio. Così come anche quel terrificante binomio sempre più mediatizzato che accosta fede e guerra, religione e lotta, idolo contrapposto a idolo.

Ma l’equazione provocatoria di Saramago è un buco nell’acqua che manca completamente l’obiettivo. Per almeno due motivi: si tratta di un’ipotesi fantasiosa, tanto più oggi, in tempi di "rivincita del sacro"; e soprattutto offre implicitamente una visione delle fedi senza sfumature, senza profondità di campo, in cui "credere" significa soltanto abbrutirsi, militare irrazionalmente nel campo di un Dio violento e dogmatico il cui unico scopo è distruggere la divinità avversaria, insieme a tutti i suoi seguaci.

L’errore di Saramago è lo stesso, in fondo, che compie Samuel Huntington, il noto teorico dello "scontro di civiltà": l’errore – grave e pericoloso – della semplificazione. Fare la caricatura di un fenomeno complesso come la fede per chiudere il cerchio di una propria modesta teoria è anzi colpevole, per chi si presenta come un serio studioso del fenomeno religioso. Chiunque abbia un minimo di familiarità con questi temi sa bene, infatti, che ogni comunità religiosa mondiale – si tratti dell’ecumene cristiana, della ummah musulmana, dell’universo ebraico o del buddhismo, dell’induismo, ecc. – è profondamente diversificata al suo interno, composita, spesso divisa e lacerata tra gruppi che hanno idee e visioni talvolta contrapposte.

Con questo non vogliamo certo eliminare – altrettanto superficialmente – la questione del legame tra religione e violenza. Ma l’impressione persistente è che, se una battaglia si sta combattendo, questa scuote trasversalmente tutte le fedi e le confessioni religiose. L’integrismo è parte del cattolicesimo, il fondamentalismo è un pezzo del protestantesimo, l’estremismo violento è una fazione dell’islam. Ma queste correnti non rappresentano il tutto di quella fede. E anzi, esse sono in perenne contesa contro altre correnti interne a quella data comunità di fede, che hanno caratteristiche opposte, riformatrici, innovatrici, "progressiste" diremmo con gergo impreciso preso in prestito dalla politica. I primi nemici di Al Qaeda, insomma, non sono gli occidentali ma i musulmani riformatori, che studiano il Corano con il metodo dell’analisi storico-critica, che predicano la separazione tra Stato e moschea, che sostengono l’emancipazione della donna nelle società islamiche. Allo stesso modo, i primi "eretici" – secondo i fondamentalisti evangelicals americani – non sono i credenti di altre confessioni, ma i protestanti delle Chiese storiche, che criticano le "crociate" per la democrazia volute dai teo-con alleati di George W. Bush. E non è un caso che i grandi martiri riformatori (da Gandhi a Romero, da Martin Luther King a Yitzhak Rabin) siano stati assassinati da estremisti della loro stessa "famiglia" confessionale, accecati dall’odio politico e religioso.

La provocazione del mistico ultraottantenne Raimon Panikkar, uno dei principali interpreti del dialogo tra culture e religioni del nostro secolo, è di quelle che non lasciano indifferenti. Afferma, infatti, nell’intervista che ci ha concesso – e il suo linguaggio per chi non lo frequenta con assiduità può anche apparire un po’ sopra le righe – che le dottrine hanno tutte un che di gelosamente chiuso in se stesse e, di conseguenza, di aggressivo nei confronti di tutto ciò che è esterno. E indica il grande compito che attende le fedi a livello planetario: quello di una continua e radicale metànoia, una conversione, capace di metterle in relazione tra di loro.

È dunque così vera l’equazione "fede uguale violenza"? Se crediamo che Deus vult, cioè che le nostre pretese siano quelle di Dio, allora sì: perché – come spiega, da cristiano, il romanziere palestinese Elias Khoury – «se le guerre vengono fatte da Dio, non avranno mai fine». Ma se prendiamo sul serio l’affermazione del decreto conciliare Ad gentes (n. 9), che riconosce nelle altre religioni «elementi di verità e di grazia [...] per una nascosta presenza di Dio in mezzo» a loro, allora l’unica grande battaglia è quella che conduce il credente a una quotidiana conversione. E il dialogo interreligioso – in un tempo di meticciato etnico e culturale – cessa di essere un optional per poveri ingenui.

Giovanni Ferrò

Raimon Panikkar, in cerca
di Dio vivendo a cavalcioni
di Brunetto Salvarani
  

Padre hindu e madre cattolica, Raimon Panikkar è prete e teologo "sui generis", che ha attraversato tutte le grandi tradizioni religiose senza per questo smarrire la sua identità e la fedeltà alla Chiesa di Roma: un mistico che è anche profeta del dialogo tra le fedi.
  
   

Alcune settimane fa si è svolto un seminario con Raimon Panikkar, organizzato da don Arrigo Chieregatti nel quadro della promozione della rivista Interculture. L’iniziativa si è tenuta in una parrocchietta dell’Appennino bolognese, nei pressi di quella Marzabotto ben carica di memorie resistenziali e di utopie dossettiane, che accoglie il visitatore con un cartello su cui – invece di magnificarne le bellezze ambientali o archeologiche – si recita lapidariamente «Ricordati!».

È stata per me un’occasione preziosa per ritrovare un amico ma soprattutto un maestro, uno degli ultimi rimasti sulla scena odierna. Panikkar è ancora lucidissimo e pieno di passioni, a dispetto – o in forza – dei suoi venerandi 88 anni. Papà hindu e mamma cattolica, catalano ma anche indiano, egli è davvero una personalità-ponte, testimonianza vivente dell’eccezionale opportunità che può derivare dall’incrocio fecondo delle due culture, scientifica e umanistica (la sua prima laurea è in Chimica, le altre in Filosofia e Teologia); così come dei due universi mentali, quello occidentale e quello orientale, che egli ha attraversato costantemente, senza mai venir meno alla fedeltà della sua identità di cristiano e prete (è stato ordinato nel 1946).

«Sono partito cristiano, mi sono scoperto induista e sono ritornato buddhista, senza mai smettere di essere cristiano», ama dire senza alcuna civetteria. Ha tenuto corsi e lezioni nelle principali università europee, americane e indiane, e ora vive ritirato fra le montagne della sua Catalogna, a Tavertet, dove prosegue la sua vita attiva e contemplativa, praticando quotidianamente yoga e contemplazione. Paul Knitter, in un volume recente che cerca di fare ordine fra le varie proposte di teologia delle religioni, scrive che «Panikkar ha trovato lo scopo e il diletto della sua lunga vita nello stare a cavalcioni fra mondi molto differenti e nel metterli in contatto fra loro». Non a caso, parla dodici lingue e scrive in almeno sei! È autore di numerosi libri, fra cui Il dialogo intrareligioso, La nuova innocenza, Pace e disarmo culturale, La realtà cosmoteandrica e La porta stretta della conoscenza.

Ancor oggi, quando comincia a riflettere a voce alta, è un fiume in piena. Difficile sintetizzare la lunga conversazione che ci ha proposto. Se provo a farlo, è perché sono consapevole della problematicità dell’impresa ma anche dell’unicità coraggiosa del suo pensiero.

  • Oggi il tema del dialogo interreligioso è molto discusso. Lo si accusa di irenismo, di mancata difesa dell’identità... Quale spazio c’è attualmente per il dialogo nelle religioni, a suo parere?

«Che spazio c’è per il dialogo? Semplice: c’è lo spazio che noi gli facciamo! Se siamo chiusi in noi stessi, non dialoghiamo né possiamo dialogare! Questo spazio comincia con l’ascolto, e l’ascolto si dà solo se c’è vuoto in noi. Non si tratta, beninteso, di un cammino puramente intellettuale, ma di un’attività religiosa, che riguarda le cose ultime, definitive, di un incontro sui problemi di tutti i giorni, che possiede anche una valenza politica. Certo, buttarsi nel dialogo non vuol dire abiurare alle proprie convinzioni, alla verità (che è ciò che si cerca, anche se non necessariamente ciò che si trova). La verità è un processo, non una realtà cristallizzata, putrefatta... Dialogare è come nuotare: posso prendere tutte le lezioni teoriche che voglio, ma poi è indispensabile gettarmi in acqua, altrimenti non c’è nulla da fare!».

  • Quest’anno è trascorso un lustro dall’11 settembre 2001, la data che molti commentatori ritengono uno spartiacque, non solo per la presente generazione. 
    Lei che idea si è fatto al riguardo?

«Beh, l’11 settembre è anche la ricorrenza dell’indipendenza della Catalogna, nonché una data decisiva nell’esperienza di Gandhi a Johannesburg nel 1906 (esattamente un secolo fa), la prima volta in cui egli parla di nonviolenza e in qualche modo l’atto di nascita del Satyagraha... Ci sono poi date che nell’Occidente sono passate del tutto sotto silenzio, come il 7 dicembre, anniversario della completa distruzione – da parte di estremisti hindu – della moschea di Ayodhya, in India. Si trattò di un atto, per molti versi, assai più grave dell’attentato alle Twin Towers! Sarebbe fondamentale non lasciarsi dominare dallo sguardo dei mass media, che è fortemente condizionato... Spesso dimentichiamo che, se è un luogo comune affermare che viviamo nell’era della tecnologia, in realtà la maggioranza degli abitanti del nostro pianeta non ha telefono né accesso a un computer; e che metà della popolazione mondiale vive con meno di due dollari al giorno, e metà di tale metà con meno di un dollaro. La globalizzazione della tecnologia, del resto, ha avuto come precursore il cristianesimo, col suo appello universalistico. Cattolico, in effetti, significa appunto universale; ma per essere davvero tale, il cristianesimo è chiamato a fare kenosis, a fare vuoto su se stesso. Ogni uomo ha una fede, nel senso della coscienza del mistero, dell’infinito, dell’ignoto; la fede è coscienza della nostra ignoranza, come ricordava il padre della Chiesa Evagrio Pontico per il quale sono "beati quelli che sono giunti all’ignoranza infinita". Ogni uomo ha fede, crede in qualcosa, non esiste il non-credente... È l’esperienza mistica il fatto religioso fondamentale, costituito di tre componenti: il Divino, l’umano, il mondo, che stanno in una relazione tanto stretta da avere il proprio stesso essere ciascuno nell’altro. L’esperienza mistica, dico con un neologismo che amo parecchio, è una realtà cosmoteandrica, e tutto ciò che esiste è una realtà cosmoteandrica».

  • Parliamo del futuro delle religioni, e in particolare del cristianesimo. Qualche anno fa, il teologo domenicano canadese Jean-Marie Tillard scrisse un libretto intitolato Siamo gli ultimi cristiani?, fornendo una risposta alquanto intrigante... Secondo lui, infatti, noi siamo gli ultimi testimoni di un certo modo di essere cristiani, di un certo modo di essere cattolici...

«Parto con una battuta, "Dio è morto, grazie a Dio!", ma poi passo a tracciare le tre tappe attraverso cui si è sviluppata la vita della religione cristiana. La prima è stata la tappa della cristianità: una visione totalizzante, geniale, che ha plasmato una cultura e una civiltà, dalle cattedrali all’Inquisizione, e che ormai è morta (per tutti tranne che per il presidente Bush). C’è stato poi il cristianesimo: una dottrina che si esprime attraverso un proprio credo. Infine, la cristianìa, un’esperienza che ha penetrato l’attuale civiltà nella sua coscienza profonda. La cristianìa vive ancora i naturali dolori del parto, e avrà nomi che forse non saranno propriamente cristiani...».

  • Tornando alla domanda provocatoria di Tillard: "Siamo gli ultimi cristiani?"

«Quanto al futuro del cristianesimo, capisco la domanda e comprendo l’inquietudine che vi è sottesa, ma ritengo si debba in primo luogo pensare al presente, perché parlare continuamente del futuro è già una forma di colonizzazione dell’immaginario. 
Nel mondo, è assai diffusa una concezione del tempo che è molto distante da quella comunemente accettata in Occidente. Gesù, al cosiddetto buon ladrone, dice: "Oggi tu sarai con me in Paradiso!".
Il Paradiso è oggi! Il futuro delle religioni è dunque uno pseudoproblema! La mia proposta riguarda la conversione delle religioni, che hanno sempre pensato a convertire gli altri: ora, sono loro a essere chiamate a convertirsi! Questo è il kairòs del millennio che si è appena aperto, per tutte le religioni: continuare con piccole riforme non ha senso, occorre una grande trasformazione, nonviolenta, lenta ma profonda, una metànoia! Tale conversione dovrebbe rendere le religioni consapevoli sia di quanto male hanno fatto nella storia, sia che ora l’infedele è il vicino di casa, che tutte le cose le vediamo – anche – con la lente d’ingrandimento dell’altro. È una sorta di nec cum te nec sine te...».

  • Può esemplificare?

«Vorrei dire che forse le religioni dovrebbero concentrarsi meno sul nirvana, la mukti, la salvezza, il cielo e così via, e concentrare i propri sforzi sull’obiettivo di guarire le ferite umane, curare le piaghe storiche dell’umanità: in una parola, sulla cultura della pace più che sulla predicazione della salvezza. C’è molta saggezza, ad esempio, in alcune religioni africane che non si preoccupano particolarmente del Dio Supremo, e invece dirigono la loro attenzione verso gli dei minori che creano problemi od offrono rimedi. Senza voler essere paradossale, si potrebbe affermare che le religioni hanno fallito perché questo è il loro karma, o piuttosto la loro natura: infatti, costantemente esse ci ricordano la rinuncia ai frutti, l’azione disinteressata, la morte dell’io, e così via. Le religioni non sono la panacea umana, e come l’uomo stesso sono itineranti, provvisorie, imperfette. Mostrano la luna riflessa nello stagno, non la luna nel cielo, per utilizzare una metafora buddhista: non offrono la soluzione; ci offrono, piuttosto, la speranza sempre rinnovata di proseguire a vivere, a lottare, a scoprire e a non rinunciare all’autentica condizione umana... Debbono, in sintesi, fare continuamente metànoia!».

  • Qual è il ruolo di Gesù di Nazaret in questa prospettiva di metànoia, di conversione, delle religioni?

«In primis: Gesù è stato ridotto a un individuo... Gesù è una persona concreta, un ebreo vissuto in Palestina duemila anni fa. 
E poi, Gesù è Cristo, ma Cristo non è esclusivamente Gesù! Cristo era prima di Abramo, come recita il Vangelo di Giovanni, ed è in ogni persona che soffre (Mt 25). Cristo trascende interamente l’individualità di Gesù. Solo così si può cominciare a capire che di Cristo non ne abbiamo una conoscenza esclusiva. Mi piace immaginare, in tale direzione, la possibilità di un ecumenismo ecumenico non limitato agli affari interni dei cristiani! Io parlo più volentieri di una cristofania che di una cristologia: Dio è relazione, una relazione in cui stiamo noi uomini, di cui Cristo è il modello. 
C’è una dignità divina in ogni persona, in ogni cosa. Al terzo millennio cristiano è riservato il compito di superare una cristologia "tribale" con una cristofania che permetta ai cristiani di vedere dappertutto l’opera di Cristo senza presumere di avere una comprensione migliore o un monopolio di quel Mistero che è stato rivelato loro in una maniera unica!».

  • Da molto tempo tu sei è una figura rilevante della teologia pluralista delle religioni, una posizione oggi quanto mai discussa. Qual è, dal tuo punto di vista, il suo statuto fondamentale?

«Innanzitutto, occorre dire che il pluralismo non è la pluralità delle verità: la verità è unica! Mi colpisce il silenzio di Gesù di fronte alla domanda di Pilato: "Cos’è la verità?". Qualsiasi risposta, di Gesù o di qualsiasi altro, sarebbe una bugia: la risposta è il silenzio. Qualunque discorso sulla verità non tocca la verità: la verità è un simbolo per affermare che tutti noi siamo in pellegrinaggio verso una meta. Ricordo un commento di Gregorio di Nissa a proposito di Abramo: "E ora sono certo che era la voce di Dio che mi chiamava, perché non so dove vado!". Nell’incontrare gli altri, incontriamo la parte nascosta di noi stessi. Ad esempio, è vero che gli immigrati scombussolano la nostra forma di vita, ma spesso dimentichiamo che essi si muovono spinti dalla fame, sia quella materiale sia quella specifica fame e sete di giustizia! C’è una storiella indiana che spiega il motivo per cui l’Occidente possiede il benessere e l’Oriente la spiritualità: è perché, quando Dio ha diviso le ricchezze del mondo, l’Occidente ha potuto scegliere per primo. E noi, in fondo, siamo infelici perché ci proiettiamo sempre su un domani, mentre, evangelicamente, "a ogni giorno basta il suo affanno"».

  • Qual è dunque la sfida che il cristianesimo deve affrontare?

«Mi piace dire che solo il mistico potrà sopravvivere nella società attuale senza divenire terrorista o cinico, che solo lui può conservare l’integrità del suo essere, perché è in comunione con tutta la realtà. Una volta, incontrando Paolo VI, egli mi chiese cosa stessi facendo in quel periodo. Gli risposi: "Sto continuando a domandarmi se per essere cristiano occorre essere spiritualmente semita e intellettualmente greco. È così, vero? Se è così, ecco perché il cristianesimo è lontano dai due terzi di questo mondo". 
Lo ripeto, dunque: la grande sfida del terzo millennio per il cristianesimo è diventare realmente cattolico!».

Brunetto Salvarani

Difendere la laicità
per combattere l’integralismo
di Alessandra Garusi
  

L’antropologo francese Marc Augé sostiene che, per creare uno spazio di convivenza per tutte le fedi, sia assolutamente necessario ribadire il valore della laicità, negando – in regimi democratici – un ruolo pubblico alle istituzioni religiose.
  
   

«La religione dovrebbe essere un affare privato. E il suo ruolo nella vita politica dovrebbe essere nullo. La laicità non è un semplice spazio di tolleranza. È un valore. L’idea di vivere assieme trascende le appartenenze religiose. Cioè le relazioni fra individui sono più rilevanti del fatto che uno appartenga a una data comunità di fede». Chi parla è il professor Marc Augé, classe 1935, uno dei più affermati antropologi contemporanei. Arriva dall’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi, di cui è stato per molti anni presidente. Oggi ne è directeur d’études.

«In origine ero un antropologo africanista», racconta. «Nelle società che ho frequentato, i riti avevano un’enorme importanza. Quindi sono stato portato a riflettere su questo, ma anche sulla rappresentazione del corpo, sulla malattia. Ho dovuto entrare in un mondo di interpretazione che non era il mio: è stata un’esperienza affascinante, perché l’Altro è il colmo della differenza». Dalle ricerche sulle religioni tradizionali africane, a una seconda fase, assai diversa: dagli anni ’80, lo studioso ha elaborato un’antropologia della pluralità dei mondi contemporanei attenta alla dimensione rituale del quotidiano e della modernità. Più di recente, si è invece occupato dei modi di produzione della memoria culturale e dell’assottigliarsi dell’orizzonte del passato nella società contemporanea.

  • Aveva ragione Samuel Huntington, il famoso teorico dello «scontro di civiltà»?

«La formula da lui coniata nel 1993 – the clash of civilizations appunto – mi lascia perplesso. Il termine "civiltà" si inserisce in una lunga storia; e il suo uso, in questo contesto, non è appropriato. È evidente che è in corso un’offensiva, da parte dell’islam politico, anche sul suolo europeo. Ma è tutta la religione, tutto l’islam, o solo una parte estremista? Anche questa è un’approssimazione. Perché una religione è l’insieme della sua storia. Un esempio: il cristianesimo non può dire di essere fondamentalmente nonviolento, perché una parte della sua storia è stata violenta. Tuttavia, non si può ridurre il tutto a quella singola parte. Lo stesso vale per l’islam. Credo che i monoteismi, per definizione, facciano del proselitismo. Non pensano a un "solo" Dio, pensano a un Dio "unico": lo stesso per tutti. È normale che vogliano convertire. Sono delle religioni d’azione. Senza dubbio le dottrine, le attuali interpretazioni del cristianesimo da parte dei cristiani, sono il frutto di un’evoluzione. Il pensiero laico in Europa è il risultato di conflitti, di lotte. Quindi, c’è sì in corso uno scontro. Ma è l’aggressione dell’ideale democratico da parte del totalitarismo religioso. Le civiltà, lasciamole fuori».

  • C’è il pericolo di un ritorno della religione politica?

«Sì. Si rischia un ritorno al passato, una fusione fra religione e politica. In questo senso, la lettera indirizzata dal presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad a George Bush è emblematica. Dall’Iran all’Arabia Saudita, dagli Emirati Arabi al Marocco, dove Mohammed VI è anche il rappresentante dei credenti, l’islam si definisce come una religione politica. Quindi, ha una posizione del tutto particolare, indipendentemente dal problema della violenza. Tra il dogma religioso e l’esercizio del potere non c’è alcuna separazione. Certo, anche la Chiesa cattolica ha una sua dimensione politica. Lo si vede bene nei Paesi europei a forte maggioranza cattolica. Il punto è che i rappresentanti delle religioni monoteiste non ammettono che la religione sia diventata un affare privato. O meglio, lo ammettono per forza di cose, ma esiste sempre la tentazione di pensare che debba avere una dimensione sociale. Il problema della relazione fra la cristianità e la politica non ha comunque niente a che fare col problema della relazione fra l’islam e la politica dei Paesi musulmani».

  • Ma il fondamentalismo islamico non è una pianta che attecchisce ovunque?

«No. Mette radici, di solito, dove la povertà è estrema. Queste disuguaglianze economiche vanno corrette. E l’Occidente non deve trasformare l’esistenza di eventuali gruppi di fondamentalisti in un alibi perfetto per disinteressarsi e non intervenire».

  • In Francia è passata la legge sulla laicità. La domanda è: fino a che punto bisogna rispettare le differenze?

«Non tutte le differenze sono rispettabili. Ce ne sono alcune che creano esclusione; dunque, vanno rigettate senz’appello. Lo dico da antropologo. Quello delle mutilazioni genitali femminili è un esempio calzante: non è ammissibile che ciò avvenga nel territorio di una Repubblica. Chi commette un reato del genere, va condannato. E, naturalmente, educato».

  • Che cosa pensa delle violente reazioni del mondo islamico al discorso del Pontefice a Ratisbona?

«Lei s’immagina che un manifestante per le vie di Karachi, in Pakistan, 24 ore dopo il discorso del Papa, fosse già al corrente di quel che era stato detto? Tutto questo è stato manipolato. Con le loro reazioni, i responsabili del mondo islamico hanno dimostrato di essere intolleranti. È come se uno dicesse: "Se mi dici che sono un violento, ti picchio". Sarebbe invece stata l’occasione ideale per aprire un confronto. Fra i leader musulmani moderati, c’è chi ovviamente si è reso conto dell’errore. Ma che un capo di Stato moderato come il re del Marocco abbia richiamato i suoi ambasciatori, significa una cosa sola: che teme di essere rovesciato dai fondamentalisti. È la paura che governa il mondo. E questo è molto pericoloso».

  • Nel contesto attuale, che cosa possiamo fare noi europei?

«Dobbiamo rivendicare i valori della democrazia e della laicità. E dobbiamo rendere la democrazia desiderabile. È una guerra pacifica, che richiede l’impegno di ciascuno di noi, in particolare dei politici. Per questo, a costo di apparire naïf, mi sento di fare un appello al volontarismo. In gioco, c’è il futuro dei nostri figli, la sopravvivenza».

  • Come evitare il rischio di un ritorno indietro? Di una fusione fra religione e politica?

«La democrazia deve continuamente progredire. Come tutte le cose umane: se non va avanti, va indietro. Le culture che non cambiano, diventano culture da museo; le lingue che non si parlano più, diventano lingue morte».

  • La democrazia potrebbe morire o anche solo affievolirsi?

«Sì. Il XX secolo è pieno di regressioni. Inoltre, la democrazia può essere impotente, può aver paura. O ancora, può essere sottomessa al potere dei soldi: la globalizzazione ha degli aspetti profondamente ingiusti. In secondo luogo, la democrazia talvolta non fa quello che dice, o non dice quel che pensa. Oppure arriva a non pensare a niente. Quindi è un combattimento, uno sforzo permanente. La storia per fortuna non è finita».

Alessandra Garusi

Il futuro dell’islam si chiama
democrazia e modernità
di Alessandra Garusi
  

Si può essere buoni musulmani e, insieme, seguaci di Tocqueville e della sua visione laica e democratica della politica? La vita di Mohsen Kadivar dice di sì: teologo sciita di fama, fa parte di quella galassia riformista in cui si riconosce la maggioranza della popolazione in Iran.
  
   

«In tutte le società musulmane nonostante l’opposizione dei tradizionalisti, fondamentalisti e laici, sta crescendo un islam intellettuale. Nessuno può ignorare questo fenomeno. È un dato di fatto: siamo convinti che possano convivere pacificamente i diritti umani e gli obblighi divini, la giustizia individuale e quella sociale, la mente del singolo e la Rivelazione».

Chi parla è Mohsen Kadivar, uno dei primi hojatoleslam (teologi) che in Iran hanno osato invocare la separazione di Stato e moschea. Firmatario, assieme ad altri intellettuali del suo Paese, di un manifesto che rifiuta la «tirannia religiosa» al potere e già condannato per vilipendio nei confronti della Guida Suprema Alì Khamenei, dichiara apertamente di non credere nella velayat-efaqih, il governo basato sui precetti giuridici dei religiosi. Per queste sue posizioni liberali, nel 1999 è stato arrestato. Oggi insegna Filosofia islamica all’Università Tarbiat Modarress di Teheran: gli studenti lo adorano come una pop star, ma agli occhi del regime continua a essere un sorvegliato speciale.

  • Lei cita spesso Alexis de Tocqueville: "Nella religione è necessaria la democrazia". Perché?

«Questo autore sta alla base della democrazia americana. È uno che mi ha insegnato molto: perché credeva fermamente nella religione – era un cristiano – e, allo stesso tempo, credeva nella democrazia. All’interno della cultura iraniana, la religione costituisce l’elemento più importante. E se non c’è democrazia, i diversi elementi della cultura entrano in conflitto. Dunque, mi sento un continuatore dell’opera di Tocqueville nell’islam. In sostanza, dimostro che fra l’islam e la democrazia non c’è alcuna incompatibilità».

  • Se un individuo non osserva i principi islamici, gli altri possono obbligarlo?

«L’islam tradizionale sostiene di sì, quello intellettuale ritiene invece che la fede non possa essere imposta: le pressioni portano ipocrisia e indifferenza. Ognuno di noi può essere severo con se stesso, ma agli altri non può imporre nulla. La relazione con gli altri deve essere quindi improntata alla libertà, senza uso della forza e della violenza, seppur nel rispetto della legge, che deve essere democratica».

  • La modernità dell’Occidente presuppone la laicità. Ma è necessario che le società islamiche seguano lo stesso percorso dei Paesi europei e degli Stati Uniti?

«No. Anziché essere assorbiti dalla modernità, la soluzione può essere un incontro critico, in cui i musulmani mantengano la loro fede. Perché la modernità non è proprietà esclusiva degli intellettuali laici e non religiosi».

  • Più volte, lei ha dichiarato apertamente di essere contrario alla teocrazia, al governo del clero. Vede un’alternativa?

«Nel Corano, non c’è alcuna indicazione che la teocrazia sia "la via": Dio non ha nominato nessuno a guida del Paese. Ma dopo averlo scritto nel mio secondo libro, Hokumat e Vela’i (Governo su mandato), ho dovuto scontare 18 mesi di carcere. Quella iraniana non è una Repubblica islamica, lo è solo di nome. Pochi sanno che, nella prima stesura della Costituzione iraniana del 1979, era prevista l’elezione diretta del capo del governo da parte dei cittadini. Un articolo, poi, cancellato. Oggi il Parlamento – composto da 290 seggi, di cui cinque riservati alle minoranze (zoroastriani, ebrei e cristiani) – detiene il 20 per cento del potere; il resto è nelle mani del Consiglio dei guardiani della rivoluzione, che decide i candidati alle presidenziali e può esercitare il diritto di veto sulle leggi. Quelli che vogliono la teocrazia sono circa il 10 per cento, una minoranza. Sfortunatamente, sono anche coloro che detengono i cordoni della borsa, cioè i petrodollari, e che controllano l’esercito».

  • Quanti sostengono il presidente Mahmud Ahmadinejad? E quanti, ad esempio, l’ex presidente Mohammad Khatami?

«Non è facile rispondere a questa domanda. La politica è qualcosa di diverso dalla cultura e dalla religione. All’inizio dell’era Khatami (23 maggio 1997), circa il 70 per cento della popolazione lo appoggiava. Otto anni più tardi, il 51 per cento della gente ha votato l’ex sindaco di Teheran, Ahmadinejad. Non sappiamo l’ammontare esatto dei brogli nelle ultime presidenziali. Di sicuro, superano però il dieci per cento. Il fatto è che Khatami è riuscito a portare avanti le riforme solo fino a un certo punto; ed erano, comunque, delle riforme fragili. Questo non significa che io non creda al percorso riformista fatto, ma che mi senta al tempo stesso libero di criticarlo. A causa di questa fragilità, le riforme si sono fermate. Tuttavia, ritengo che la maggioranza degli iraniani oggi le sosterrebbe ancora».

  • Lei è attivo in vari movimenti riformisti in Iran. Ce li può descrivere?

«Molti dei movimenti riformisti sono promossi da donne, che in Iran rappresentano il 63% dei laureati. Il caso di Shirin Ebadi, l’avvocatessa che nel 2003 s’è vista assegnare il Nobel per la pace, non è affatto isolato. In genere, il diritto di cittadinanza è aumentato: viene percepito maggiormente. Questa fetta della società crede nell’uguaglianza dei diritti fra i sessi, crede nella libertà, crede nella democrazia, crede nei diritti umani, crede in Dio. Certo, tentiamo di scrivere, di fare dimostrazioni. Ma tutto è limitato dal governo. La stretta è aumentata giorno dopo giorno. La posizione del presidente Bush ha paradossalmente rafforzato l’ala dura dentro l’Iran».

  • Con chi potete avviare un dialogo?

«La maggioranza del clero – che in Iran è numerosissimo, e raggiunge quasi le 100 mila persone – è tradizionalista, ma non è così aggressiva. Possiamo iniziare a dialogare con questa parte. Il grande ayatollah Ali al-Sistani (il leader sciita più influente dell’Iraq), ad esempio, è un tradizionalista che sa essere molto tollerante. Anche l’ex presidente Khatami è vicino agli intellettuali e all’ala riformista. Dobbiamo dare spazio a queste voci».

  • La democrazia non si può certamente esportare con le bombe. Come si può portarla allora in Iran?

«Serve un retroterra politico, culturale; servono dei partiti; serve una società civile. Da noi esiste sì una società civile, ma è debole. I partiti politici sono stati distrutti: alcuni leader vivono in carcere, altri sono agli arresti domiciliari. Non abbiamo più una stampa indipendente: 110 giornali sono stati chiusi. L’ultimo caso è quello di Shargh (Oriente), che lo scorso settembre aveva pubblicato una vignetta in cui il presidente Ahmadinejad veniva paragonato a un asino; la risposta del regime non s’è fatta attendere».

  • Ma non ci si può isolare...

«È vero: esiste internet. Ma solo il 10 per cento della popolazione ha accesso alla rete. L’unica via che intravedo, è quella di aumentare l’informazione generale della società attraverso le scuole, le università, ecc. Il 70 per cento della popolazione iraniana è giovane: 50 milioni hanno meno di 30 anni. Il tasso di alfabetizzazione è uno dei più alti dell’Asia. Forse il futuro sarà migliore del presente».

  • Sarà migliore anche per il Libano?

«Lo spero proprio».

  • Ci può dire, sinteticamente, qual è la relazione fra Iran ed Hezbollah?

«Gli Hezbollah sono sciiti, come gli iraniani. Quindi è naturale che ci sia una relazione fra i due gruppi. Inoltre la maggioranza degli iraniani, anche quelli che si oppongono all’attuale regime di Teheran, sono contro Israele. Odiano la politica delle Nazioni Unite in Medio Oriente. Ciò non dipende da Hezbollah, da Hamas, o altro. Ma dipende dal fatto che Israele viola i diritti umani in maniera massiccia, che si tratti di Gaza o del Libano. In questa regione, non c’è democrazia. Se ci fosse, il governo di Hamas sarebbe stato riconosciuto. La risposta di Israele al sequestro dei due soldati da parte di Hezbollah è stata sproporzionata, enorme: avrebbero dovuto rispondere facendo qualcosa di simile, e invece hanno scelto di radere al suolo un Paese».

  • Veniamo alla sua esperienza del carcere. Che tipo di persone ha incontrato?

«Gente comune. Sono stato arrestato da un tribunale speciale del clero. Quindi, non ero nell’ala del carcere destinata ai detenuti politici. Di politici eravamo solo in due: Abdullah Nouri – ex ministro degli Interni ed editore del quotidiano Khordad (arrestato il 27 novembre 1999 per una ventina di reati d’opinione fra cui diffamazione, insulto, pubblicazione di articolo antislamici e promozione di relazioni amichevoli con gli Usa) – e il sottoscritto. Gli altri detenuti sapevano che non avevamo commesso alcun crimine. Quando ci hanno riconosciuto, sono rimasti un po’ sorpresi».

  • Ha subito pressioni o torture?

«Il carcere non è chiaramente un albergo. Mi hanno limitato le visite, l’accesso ai libri e ai giornali: per 12 mesi non ho potuto leggere i quotidiani che volevo, solo quelli conservatori. Robaccia che non avrei comunque guardato. Ma non ho subito pressioni particolari. Sono stato trattato come gli altri detenuti. Ho potuto incontrare mia moglie, seppur di rado, in una stanza con vetrate e cabine per i prigionieri. Niente contatti fisici: ci parlavamo a una specie di citofono».

  • Ha un sogno?

«Sì. Sogno una società tollerante, democratica, dove si rispettino i diritti umani. E dove i valori religiosi si combinino con la modernità: per noi sarebbe l’ideale».

Alessandra Garusi

Gerusalemme, città santa
impastata di fede e sangue
di Alessandra Garusi
  

Amos Gitai è un notissimo regista israeliano che nei suoi film ha spesso criticato il fondamentalismo ebraico. Riguardo alla pace in Medio Oriente, dice che «il pessimismo è un lusso che non possiamo permetterci».
  
   

«Durante la guerra del Kippur, l’11 ottobre 1973, ho rischiato la morte nell’elicottero in cui mi trovavo. Un missile ha colpito la carlinga, decapitando il pilota che stava a 50 centimetri da me. Non so come, un altro pilota è riuscito a riportare il velivolo oltre la linea del fuoco, in territorio israeliano». In quella circostanza, Amos Gitai – una figura poliedrica, nel panorama intellettuale israeliano e internazionale – scopre il cinema. «Era un modo per tirare fuori il cervello dallo sconvolgimento, per sopravvivere», dice.

«Proprio il fatto di esserne uscito vivo mi ha messo in una condizione particolare, quella di essere in debito verso quell’incidente. Ho capito che dovevo assumere un ruolo di testimone: da allora in poi, avrei fatto il mio rapporto annuale sulle cose che vedevo e sulle trasformazioni del mio Paese». Così, da architetto di formazione, Amos Gitai diventa regista. E mantiene la promessa.

Dal microcosmo umano che abita una casa di Gerusalemme (House) alla mitologia della formazione dello Stato d’Israele (Esther, Kedma), dalla guerra (Kippur) alla politica (The Arena of Murder, Field Diary) e alla religione di stampo fondamentalista (Kadosh): le sue parole e le sue immagini sono un costante invito a penetrare la complessità, a sfidare gli stereotipi, a distruggere i luoghi comuni.

  • Perché la ricerca delle radici spesso porta al fondamentalismo? Ha un antidoto?

«No, non ho una cura. Non esistono soluzioni magiche. Ma dobbiamo continuare a porci questa domanda: se lo facciamo, diminuisce l’eventualità che le varie forme di fondamentalismo si radichino. Sono convinto di questo: avrà forza soltanto la società che resterà aperta alle critiche, di qualsiasi genere siano. Se invece cede all’interpretazione unica, autoritaria, allora è finita».

  • Dopo Devarim (1995) e Yom Yom (1998), nel 1999 ha girato Kadosh concludendo così la trilogia delle città. 
    Per quale ragione ha ambientato un film che parla di fondamentalismo proprio a Gerusalemme? <

<Perché da qui, da un’area grande un chilometro quadrato, è partita l’ispirazione delle tre religioni monoteiste. L’enorme potere evocativo di Gerusalemme è tuttora legato a questo fatto. Naturalmente ho guardato soprattutto all’ebraismo, la realtà che conosco meglio».

  • Com’è stato accolto il suo film dalla critica e dal pubblico?

«In Israele, ci sono state reazioni anche durissime. Un quotidiano ha scritto: "Questo film è peggio della pornografia tedesca". Come se quella tedesca, tra le tante, fosse la più detestabile. In quella occasione, un’amica mi disse: "Reagisci". Non l’ho fatto. Invece mi ha commosso sapere che gruppi di femministe dello Sri Lanka, del Bangladesh e del Marocco abbiano scelto proprio il mio film per portare avanti la loro battaglia contro il fondamentalismo islamico».

  • Definirebbe Israele un Paese religioso?

«No. Non lo è mai stato né per me, né per i miei genitori, né per i miei nonni materni – Elyahu e Esther – che erano dei socialisti trasferitisi a Jaffa, nel 1904, dopo aver lasciato la Russia: sognavano uno Stato laico e moderno. Sono sulla loro stessa linea: della società israeliana, mi piace il lato aperto, antistituzionale, un po’ anarchico, che si respira a Tel Aviv e che si espande in tutto il Paese. Nei film, cerco di rendere omaggio a questa parte così viva».

  • Nessuno meglio di lei è riuscito a raccontare la vita degli uomini e, soprattutto, delle donne, del quartiere ultraortodosso di Mea Sharim...

«Non sono religioso, né tanto meno praticante. Ma provengo dalla tradizione ebraica, cui sento di appartenere. E l’ebraismo è stato soprattutto una grande scuola di critica della società. Nei secoli, gli ebrei hanno dato uno straordinario apporto in questo senso. In più il cinema, che ho scelto in seconda battuta come mestiere, esercita un ruolo sovversivo nei confronti della realtà».

  • Cosa la porta a tornare continuamente su temi già affrontati, come la casa o la città o la guerra? Nel 1980, ad esempio, gira House; nel 1998 A House in Jerusalem; nel 2006 News from Home/News from House.

«Quando uno proviene da un contesto così carico di emozioni come il Medio Oriente, è obbligato a creare delle metafore. Tutte le sere, durante il telegiornale, siamo bombardati da immagini crude, dove il sangue, i morti, vengono utilizzati dall’una o dall’altra parte. È un concentrato di veleno per la mente, in cui dell’altro si fa spesso una caricatura, non un ritratto. Dobbiamo liberarci da questa autointossicazione; dobbiamo costruire ponti. Sono interessato a vedere come usciremo da tutto ciò».

  • Allude naturalmente agli sforzi che si stanno mettendo in atto per avviare in modo meno episodico il processo di pace...

«La pace ci sarà. Ma la domanda è: quando? Prima è, e meglio è. Per la sofferenza inutile, l’odio che nutre altro odio. Parlo in un continente, l’Europa, dove 60 anni fa furono uccisi milioni di persone. Il nostro cimitero è più modesto. Ma insomma... È tempo di comprendere anche noi che è legittimo essere in disaccordo, o in conflitto, senza per questo entrare in guerra ogni volta».

  • Come giudica l’ultima guerra israeliana in Libano?
    Un successo o un fallimento?

«Tutte le guerre sono un fallimento».

  • Lei è pessimista o ottimista riguardo alla situazione attuale?

«Tempo fa posi questa stessa domanda a un sindaco palestinese. Lui guardò a lungo dentro la telecamera. E rispose: "Il pessimismo è un lusso che non possiamo permetterci". Mi sento di dire lo stesso».

  • In uno dei suoi ultimi film, Promised Land (2004), ha detto: «Mi interessano le reti...». Cioè?

«Sono i flussi di scambio che continuano a tenere unite le società o i Paesi della regione. Se lo scacchiere politico è completamente bloccato e i partiti politici sono in collisione quasi permanente, al tempo stesso esiste una sorta di pellicola molto fine, esistono legami e interazioni, per quanto fragili, fra scrittori, musicisti, cineasti. Questi e altri soggetti – le donne, i refusenik, i bambini, ecc. – stanno contribuendo alla creazione di un nuovo modo di pensare».

Alessandra Garusi