CRISTIANESIMO: UNA
RELIGIONE NON UNA FILOSOFIA
UN DIO REALE FATTOSI UOMO
Il
dolore, la sofferenza, il male… gli scandali di ogni
religione.
Non solo la scienza, ma anche
la filosofia ha mostrato nei secoli di potere essere via a Dio per
alcuni; come via all’ateismo per altri; o
all’agnosticismo per altri ancora.
L’uomo concreto, quello che piange e che ride, non ha bisogno
di dimostrazioni faticose e filosofiche.
Il Cristianesimo, l’unico messaggio religioso della storia
che non si basa su una sapienza, ma su una affermazione storica ben
precisa (“Credo che
l’uomo Gesù, morto sotto Ponzio Pilato,
è risuscitato dai morti a Gerusalemme”),
a volte rischiamo di ridurlo ad una filosofia, ad un
“discorso su Dio”. Ma un Dio simile,
dimostrabile o no, non è un valore appetibile per noi;
è incerto e inutile.
Nessuna religione “filosofica”, di un Dio che si
può dimostrare con delle “prove”
può aiutare l’uomo nella sua vita.
Un Dio “santo” da seguire perché “Santo”
(Ebraismo) può sembrare lontano da noi e difficile da
seguire; un Dio “giustizia”
al quale sottomettere tutto se stessi, può sembrare egli
stesso ingiusto e non rispettoso di noi esseri umani
(Islàm); un Dio che ci fa perdere in lui, che non
è personale ma è qualcosa che somiglia ad una
nebbia che avvolge tutto, può farci solo dimenticare di noi
stessi e dimenticare della vita reale di ogni giorno.
Un Dio che ha lasciato da parte tutto questo, che non ha preteso di
essere santi perché Lui è santo, che non ha
preteso di essere suoi “servi”, un Dio che si
è identificato solo con l’amore, che ha
“dimenticato” se stesso facendosi simile alle sue
creature, che ha tanto rispettato l’uomo da concedergli la
libertà anche di dubitare di Lui, di rifiutare Lui
stesso… è il Dio cristiano.
Solo un Dio che si è manifestato, che si fatto uomo
nell’uomo Gesù, conserva la sua
probabilità di esistere.
Solo l’Onnipotente che si sarebbe reso tangibile in
Gesù, infatti, non è messo definitivamente alle
corde dallo
scandalo del male.
“L’obiezione classica stringe il teismo in un
dilemma: o Dio può impedire il male e allora non
è buono perché non lo impedisce; o Dio non
può impedire il male e allora non è onnipotente.
In entrambe i casi manca a Dio un attributo essenziale: o la
bontà o la potenza. E questo autorizza a negarne
l’esistenza”.
Solo se Gesù è
“l’immagine” di Dio, da scandalo
intollerabile qual è il male può trasformarsi in
mistero, sia pure insondabile: il mistero di una Onnipotenza che si
presenta alle sue creature come schiavo crocifisso. Il mistero di una
Onnipotenza che si fa come l’amore di una madre che
dà anche la sua vita per i propri figli.
Al
di fuori di chi adora un Dio inchiodato nudo su una croce,
l’uomo che soffre e che accetta questa sofferenza cui il suo
creatore non partecipa affatto è moralmente migliore di lui.
L’uomo tormentato dal male è più grande
e merita la vita assai più che il Dio delle filosofie e
delle religioni; di quel Dio, cioè, che avrebbe creato il
male senza poi parteciparvi. Che rispetto avere per un Essere Supremo
che avrebbe ritenuto necessario includere nel suo “divino
sistema” il cancro, la pazzia, la vecchiaia inesorabile? Cosa
passava in quella Mente quando decise di togliere ai vecchi il potere
di controllare l’orina e gli escrementi? O quando scelse di
far nascere bambini famelici, spastici, disabili? Allora, la Creazione
sarebbe davvero il peccato mortale di un simile creatore.
Solo
il Dio che si sarebbe manifestato in Gesù, lo schiavo
innocente crocifisso, non è toccato dalla bestemmia
dell’uomo per la marea di dolore che sale spesso sino a
soffocarlo. Non vi è altra risposta al problema del male che
la croce di Gesù.
Il Dio di Cristo non ci aiuta grazie alla sua onnipotenza, ma grazie
alla sua debolezza. Questo fa capire sempre meglio che il Cristianesimo
si fonda su Gesù Cristo, Dio che si è fatto uomo,
che ha vissuto fino in fondo ciò che ogni Sua creature
soffre, che sa che cosa vuol dire “essere una
creatura” con tutto il suo bagaglio di bene e di male.
Questo Dio di Gesù è radicalmente diverso dalle
costruzioni umane: non per nulla la fede confessa che, per conoscerlo,
l’uomo ha avuto bisogno di una
“rivelazione”.
Il rispetto e la fraternità tra le religioni non hanno
niente a che fare con il facile (e disonesto) ecumenismo del
“in fondo, crediamo tutti in Dio”.
Nel periodo della pasqua cristiana, è quanto mai evidente
tutto ciò; è possibile vedere quanta sofferenza
Cristo ha accettato su di sé, in modo anche innocente;
quanto è stato vicino alla nostra umanità; quanto
ha fatto capire che la sofferenza è parte della vita,
così come lo è sia la morte che la vita. Mai come
in questi giorni il nostro Dio, fattosi uomo in Gesù Cristo,
ci fa amare la nostra vita; ci fa comprendere quanto la nostra natura
umana è fatta di emozioni, di amore, di sofferenza, di
gioia, di forti sentimenti (non certo di distacco o di disprezzo per la
realtà terrena ed umana).
Crediamo
tutti in Dio... già, ma il quale Dio?
Quando le grandi religioni o i grandi sistemi religiosi subiranno la
stessa critica che ha subito il Cristianesimo, cosa avverrà?
Autocritica
in Giappone
Per salvare almeno qualcosa, si è ormai giunti alla tragica
autocritica. In Giappone, nel 1945, lo Shinto, religione nazionale,
è costretto a dichiarare ufficialmente cha la dinastia
regnante non è di origine divina; che l’imperatore
non discende dalla dea splendente del Sole; che le otto isole
nipponiche non sono nate dall’incontro di divinità
maschili e femminili. Per decreto è abolito il culto
all’imperatore e alla sua immagine. Si dichiara che si tratta
di “mero shinto”, cioè di pura
tradizione civile che permane al solo scopo di conservare gli antichi
riti, la tradizione del paese, la devozione al sovrano.
Il
cielo vuoto della Cina.
In Cina, i tra grandi sistemi filosoficio-religiosi (confucianesimo,
Taoismo, Buddismo) che nei millenni avevano lottato per il predominio,
sono ora accomunati nella miseranda sorte comune. Entrati
già in crisi al primo impatto massiccio con
l’Occidente, verso la metà del scolo scorso, hanno
iniziato a sgretolarsi alla caduta del Celeste Impero. Ora, nella
Repubblica Popolare di Cina, Lao-Tse,
Budda,
Confucio
e i loro sistemi filosofo-religiosi sono ormai relegati nei libri di
storia. Né il Confucianesimo, né il Buddismo,
né il Taoismo hanno reagito alla critica etica sintetizzata
così dalla Peking Review: “Opinioni schiaviste,
discriminazione tra lavoro intellettuale e manuale, confino della donna
in una posizione di inferiorità”.
La
fragile piramide dell’India
Dal punto di vista istituzionale, l'Induismo è strettamente
legato alla razza e al sangue, è riservato agli appartenenti
ad una specifica casta. Una volta accettati in questa rigida gerarchia,
si può credere o non credere tutto quello che si vuole: si
trovano fianco a fianco l’idolatria e la superstizione
più grossolana, la filosofia non ateistica e il
più pio teismo. La piramide del pantheon induista vacilla
pericolosamente. L’incrocio di credenze leggendarie, la
proliferazione di dèi, il sovrapporsi di filosofie
sono tali che sembra non sia neppure più possibile indicare
i contenuti esatti di questa religione.
Per il fedele indù, il mondo è apparenza
ingannevole: l’ideale religioso è quindi la
negazione del mondo e della vita. Ma se il mondo è
un’apparenza: perché impegnarsi a lavorare per
migliorarlo? La dottrina della reincarnazione delle anime mantiene una
rigida divisione in caste che, seppure abolita per legge e dalla legge,
sopravvive tenace nei seicento milioni di induisti. I vari induisti
sembrano incapaci di rispondere alla fiducia dell’uomo nella
possibilità di costruire un mondo dove la vita sia migliore
e la giustizia più grande.
Per le religioni asiatiche, a cominciare comunque dal Buddismo, la
realtà del mondo non è che illusione che va
negata e superata. Nessun impulso alla trasformazione della
realtà può derivare dal Nirvana,
l’ideale del buddista. In questo senso il messaggio
evangelico è profondamente rivoluzionario: si propone di
conoscere la realtà per trasformarla.
A
confronto con Maometto
La religione praticata da Maometto è il solo grande
monoteismo sorto dopo la predicazione dei Vangeli. Anche se,
storicamente, l’Islàm non è che una
mescolanza di giudaismo e cristianesimo così come erano
conosciuti in Arabia all’inizio del settimo secolo.
Blaise Pascal osserva che il profeta dell’Islam, Maometto,
impone il suo credo “uccidendo e facendo uccidere”,
predicando la Jihàd, la guerra santa. Oggi, la storia sta
dando diversi giudizi per il cristianesimo e per l’islamismo.
Quest’ultimo, si rivela estremamente vulnerabile davanti allo
spirito moderno. Per esempio, da quando l’Africa nera
è entrata nel tempo moderno, l’Islàm
è caduto in una vera e propria crisi: si è potuto
dimostrare statisticamente come il grado di islamizzazione di un paese
africano sia in rapporto inverso allo sviluppo della scuola.
Più aumenta la scolarizzazione, più disunisce
l’Islàm.
Persino nella sua zona tradizionale, nella fascia cioè
dall’Algeria al Pakistan, l’islamismo sembra
difendersi chiudendo le porte al vento moderno e affidandosi al braccio
secolare, alla polizia. Addirittura, nell’Islàm,
non esiste neppure un adeguato vocabolo in arabo, persiano o altre
lingue di civiltà islamiche per esprimere il concetto di
“temporale” (contrapposto allo
“spirituale”), di “secolare”,
di “laico”. Che cosa
avverrà
quando all’Islàm saranno tolte le grucce
prestategli dal poliziotto o dal magistrato?
Che
cosa resterà del
Corano, quando su quel complesso di poesia sublime e di grande
religiosità, ma anche di prescrizioni igieniche per nomadi
del deserto e di contraddizioni insuperabili, affonderà
liberamente il rasoio della critica? Quando, come avviene da secoli e
con tanto accanimento per la Bibbia, anche per le Scritture dei
musulmani verrà il momento dell’esame scientifico?
Che
cosa avverrà
quando anche il musulmano del popolo e non soltanto lo specialista
saprà a quante trascrizioni, stratificazioni, infiltrazioni
da testi giudaici e da vangeli apocrifi è stato soggetto
quel Corano che la fede afferma dettato da Dio stesso “parola
per parola”?
Cosa
avverrà quando
l’istruzione di massa nei paesi musulmani, il senso critico
moderno, la sensibilità nuova si confronteranno con
l’islamismo dove l’uomo è tenuto
prigioniero di una dottrina che non riconosce Dio come padre, ma come
padrone? Sappiamo che “islàm”
significa “sottomissione”; “muslim”,
da cui musulmano, vuol dire “il sottomesso”. Il
credente ideale musulmano è l’abd,
lo schiavo, la personificazione stessa della sottomissione ad un Dio
separato dall’uomo da un baratro incolmabile. Predomina
l’obbedienza, l’inaccessibilità. La
volontà divina è del tutto arbitraria. Questa ci
pare davvero l’immagine di un Dio che il problema del male
può mettere con le spalle al muro, senza difesa efficace.
Che
cosa dirà la
moderna esigenza di giustizia davanti, ad esempio, al ruolo umiliante
attribuito alla donna che può essere concubina, ripudiata,
costretta ad accettare come colleghe di matrimonio altre tre donne
nella poligamia? Già quest’esigenza femminile sta
venendo alla luce e
si sta vedendo il crollo dell’Islàm sotto questo
aspetto.
Per questo articolo mi sono serivto del testo di V.Messori "IPOTESI SU
GESU'"