ECUMENSIMO CATTOLICI - ORTODOSSI - Torna all'indice


Se per ecumenismo si intende lo sforzo di ricostruire l'unità visibile della Chiesa, tutta la storia della Chiesa Ortodossa appare ecumenica. La restaurazione dell'unità visibile della Chiesa non è un problema di centralizzazione ecclesiastica né di uniformità confessionale, bensì di comune fede. Una delle prime iniziative ecumeniche del nostro secolo appartiene al Patriarcato di Costantinopoli (1920) .

Fin dal 1925 le Chiese Ortodosse partecipano con i loro rappresentanti alle assemblee ecumeniche ed insieme ai Protestanti costituiscono il Consiglio Ecumenico delle Chiese.

L' Ortodossia è presente nei dialoghi ecumenici con quasi tutte le famiglie confessionali, con la Chiesa Cattolica i rapporti - come si è detto - sono ripresi il 5 gennaio 1965, quando a Gerusalemme il Papa Paolo VI ed il Patriarca Atenagora I diedero inizio al cosiddetto Dialogo della carità.

Interessante ricordare i documenti: "Orientalium Ecclesiarum" - Concilio Vaticano II - DECRETO sulle Chiese Cattoliche Orientali e "La luce dell'Oriente" - Appello all'unità con le Chiese orientali nel centenario della Orientalium dignitas di papa Leone XIII, Lettera apostolica di Giovanni Paolo II - 1995

Il vero progresso del Cristianesimo orientale non dipende dalla soppressione di diverse tradizioni religiose a vantaggio di altre, ma dalla volontà dei membri della Chiesa di intraprendere una feconda collaborazione e di sostenere un dialogo basato sulla cordialità e sulla comprensione.

La Dichiarazione comune di papa Paolo VI e del patriarca Athénagoras esprimente la reciproca decisione di togliere dalla memoria e dal mezzo della Chiesa le sentenze di scomunica dell'anno 1054. Questa dichiarazione comune fu letta nella sessione solenne del concilio Vaticano II da Mons. Jean Willebrands. Contemporaneamente, essa era letta dal segretario del santo sinodo, nella cattedrale del Fanar.

"Dichiarazione congiunta"1. Pieni di riconoscenza verso Dio per la grazia che, nella sua misericordia, ha loro dato di incontrarsi fraternamente nei luoghi sacri in cui, attraverso la morte e la risurrezione del Signore Gesù, è stato consumato il mistero della nostra salvezza e, con l’effusione dello Spirito Santo, è nata la Chiesa, il papa Paolo VI e il patriarca Athénagoras I non hanno perso di vista il progetto da loro ivi concepito, ognuno per quanto lo riguarda, di non trascurare alcun atto ispirato dalla carità e che possa facilitare lo sviluppo dei rapporti fraterni così avviati tra la Chiesa cattolica romana e la Chiesa ortodossa di Costantinopoli. Essi sono così convinti di rispondere alla chiamata della grazia divina che oggi porta la Chiesa cattolica romana e la Chiesa ortodossa, come pure tutti i Cristiani a superare le loro divergenze per essere di nuovo “uno” come il Signore Gesù ha chiesto per essi al padre suo.

2. Tra gli ostacoli che si incontrano nel cammino di sviluppo di questi rapporti fraterni di fiducia e di stima, figura il ricordo della decisioni, atti e spiacevoli inconvenienti, che sono sfociati nel 1054 nella sentenza di scomunica portata da legati della sede romana guidati dal cardinal Humbert, contro il patriarca Michele Cerulario ed altre due personalità,  legati che furono essi stessi oggetto di analoga sentenza da parte del patriarca e del sinodo costantinopolitano.

3. Non si può far a mano di riconoscere ciò che questi eventi hanno comportato in questo periodo particolarmente turbolento della storia. Ma oggi che si è operato su di essi un giudizio più sereno e più equilibrato, sta a cuore riconoscere gli eccessi di cui si sono macchiati e che hanno ulteriormente prodotto conseguenze più gravi, nello steso modo in cui possiamo giudicarne, le intenzioni e le previsioni dei loro autori le cui censure portavano sulle persone prese di mira e non sulle Chiese e non intendevano rompere la comunione ecclesiale tra le sedi di Roma e di Costantinopoli.

4. È per questo che il papa Paolo VI e il patriarca Athénagoras I nel suo sinodo, certi di esprimere il comune desiderio di giustizia ed il sentimento unanime di carità dei loro fedeli e ricordando il precetto del Signore: “Quando presenti la tua offerta all'altare, se là ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia la tua offerta davanti all'altare e va prima a riconciliarti con il tuo fratello” (Mt 5, 23-24), dichiarano di comune accordo:

a) dolersi delle parole offensive, dei rimproveri senza fondamento, e dei gesti reprimevoli che, da una parte e dall'altra, hanno segnato o accompagnato i tristi eventi di quell'epoca;

b) dolersi ugualmente e togliere dalla memoria e dal mezzo della Chiesa le sentenze di scomunica che ne sono conseguiti, e il cui ricordo costituisce fino ai nostri giorni di ostacolo al riavvicinamento nella carità, e votarle all'oblio;

c) deplorare, infine, gli incresciosi precedenti degli ulteriori avvenimenti che, sotto l'influenza di fattori diversi, tra i quali la incomprensione e la diffidenza reciproche, hanno infine condotta alla rottura effettiva della comunione ecclesiale.

5. Il papa Paolo VI e il patriarca Athénagoras I con il suo sinodo sono consapevoli che questo atto di giustizia e di perdono reciproco,  sono consapevoli che non possa bastare a metter fine alle divergenze, antiche o più recenti, che sussistono tra la Chiesa cattolica romana e la Chiesa ortodossa e che, per mezzo dell'azione dello Spirito Santo, saranno superate grazie alla purificazione dei cuori, al pentimento per i torti storici insieme alla fattiva volontà di de giungere ad una intelligenza e ad una espressione comune della fede apostolica e delle sue esigenze.

Nel compiere questo gesto, tuttavia, essi sperano che sarà gradito a Dio, pronti a perdonare mentre ci perdoniamo gli uni gli altri, ed apprezzato dal mondo cristiano tutto intero, ma soprattutto dall'insieme della Chiesa cattolica romana e della Chiesa ortodossa come l’espressione di una reciproca sincera volontà di riconciliazione e come un invito a perseguire, in uno spirito di fiducia, di stima e di carità reciproche, il dialogo che li condurrà, con l'aiuto di Dio, a vivere nuovamente, per il maggior bene delle anime e la venuta del Regno di Dio, nella piena comunione di fede, di concordia fraterna e di vita sacramentale che esisteva tra loro nel corso del primo millennio della vita della Chiesa.

7 dicembre 1965



Paolo VIll papa Paolo VI, Eugenio Montini, che credeva fermamente alla necessità di realizzare l’ecumenismo prima di tutto in campo ecclesiale, non esitò a provocare un incontro col patriarca Atenagora di Costantinopoli.

Si accorse che anche in quale fratello cristiano, ma separato, c’era il vivo desiderio di superamento delle motivazioni che avevano portato alla divisione tra fratelli, e poté compiere uno dei più significativi gesti e di ecumenismo, abbracciandosi con quel fratello che aveva alcune convinzioni diverse dalle sue, e badando unicamente all’amore fraterno.

Il papa attuale, Giovanni Paolo II, intenzionato come il suo predecessore allo sviluppo dei gesti di amore fraterno, ha esteso il cammino degli incontri ecumenici anche ai fratelli di religioni diverse da quella cristiana. (e papa Giovanni XXIII aveva creato i primi germi quando accolse fraternamente il genero di Kruscev).

Dobbiamo augurarci tutti che il fenomeno si estenda dal campo ecclesiale a quello umano fra tutti i popoli, prescindendo dalle motivazioni di conflittualità e ponendo in primo posto il rispetto per la persona umana.