EDITTI DI
COSTANTINO E DI TEODOSIO
L'EDITTO
DI NICOMEDIA del 311
Il 30 aprile el 311, a Nicomedia, anche a nome di Costantino e di
Licinio, Galerio pubblica un editto con il quale si concede
ai Cristiani, purché essi rispettino le leggi, la libertà di
culto e la riedificazione delle chiese. È la prova del
fallimento della politica anticristiana portata avanti con
le varie ondate di persecuzioni. Cinque giorni dopo, il 5 maggio del 311, moriva Galerio.
EDITTO DI MILANO del
313
Il 313 d.C. è l'anno dell'Editto di Milano,
con il quale il Cristianesimo ottiene la libertà di
culto.
L'imperatore
Costantino (detto Costantino I il Grande), che promosse questa libertà, era a Milano,
da qui
il nome del celebre documento. Lo stesso imperatore così
commentò questo editto, scrivendo a un suo corrispondente che chiedeva
chiarimenti sui veri motivi dell'editto:
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“...Quando noi, Costantino
Augusto e Licinio Augusto, felicemente ci incontrammo
nei pressi di Milano e discutemmo di tutto ciò che
attiene al bene pubblico e alla pubblica sicurezza,
questo era quello che ci sembrava di maggior giovamento
alla popolazione, soprattutto che si dovessero regolare
le cose concernenti il culto della divinità, e di
concedere anche ai cristiani, come a tutti, la libertà
di seguire la religione preferita, affinché qualsivoglia
sia la divinità celeste possa esser benevola e propizia
nei nostri confronti e in quelli di tutti i nostri
sudditi.
Ritenemmo pertanto con
questa salutare decisione e corretto giudizio, che non
si debba vietare a chicchessia la libera facoltà di
aderire, vuoi alla fede dei cristiani, vuoi a quella
religione che ciascheduno reputi la più adatta a se
stesso. Così che la somma divinità, il cui culto
osserviamo in piena libertà, possa darci completamente
il suo favore e la sua benevolenza.
Perciò è opportuno che si sappia..., cosicché,
abolite del tutto le precedenti disposizioni imperiali
concernenti i cristiani, ora, invece, in assoluta
tranquillità, tutti coloro che vogliano osservare la
religione cristiana possano farlo senza alcun timore o
pericolo di molestie...”. |
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Inoltre si ordinava
la restituzione ai Cristiani dei beni confiscati.
Costantino così credette opportuno di non negare a nessuno la facoltà di
libera professione religiosa tanto per i Cristiani che per tutti gli altri,
qualunque fosse il loro culto.
E concludeva dicendo che aveva ritenuto opportuno abrogare le precedenti
leggi contro i Cristiani perché le riteneva odiose e del tutto contrarie
alla sua mansuetudine, lasciando così liberamente e semplicemente a tutti
quelli che volevano seguire la nuova fede di praticarla senza molestie o
impedimento alcuno.
In questo editto veniva
riconfermato quanto era stato detto in quello del 311; in più si ordinava la
restituzione ai Cristiani dei beni confiscati, e il Cristianesimo veniva messo
alla pari delle altre religioni. Nell'editto, inoltre, c'era un' implicita
professione di fede monoteistica, parlando di Divinità anziché di Dèi, a questa
Divinità si invocava il favore per i monarchi e per i sudditi.
TEODOSIO e
L'EDITTO DI TESSALONICA del 380
Teodosio fu nominato augusto
nel gennaio del 379 ed elesse come sede del suo quartier
generale una delle diocesi che Graziano gli aveva
affidato oltre l'Oriente, e cioè Tessalònica, in
Macedonia. Teodosio, il 27 febbraio del 380, emana il celebre
editto di Tessaloneica, in cui ordina ai popoli a lui sottomessi di
abbracciare la fede che era stata un tempo
dell'apostolo Pietro, e li esorta a riconoscere la
massima autorità nelle figure del papa ortodosso Dàmaso e del vescovo di Alessandria Pietro.
L'intento di Teodosio è sicuramente di natura
politica, intuendo egli quanto inammissibile e
pericoloso si rivelasse il continuare delle
divisioni religiose in oriente fra ariani ed
antiariani. Ovviamente questa è la linea che
il vescovo di Milano, Ambrogio, aveva sempre cercato
di perseguire fin dalla sua elezione all'episcopato nel 374: una consonanza di
posizioni. Un simile editto viene
ripetuto da Teodosio nel 381, dopo essere guarito
da una malattia che lo aveva portato in fin di vita.
L'editto di Tessalonica, firmato nche dagli imperatori Graziano e
Valentiniano II, dichiara il
Cristianesimo religione ufficiale dell'impero
e proibisce i
culti pagani. Contro gli eretici, egli esige da tutti i cristiani la
confessione di fede conforme alle deliberazioni del
concilio di Nicea. Il suo testo venne preparato dalla cancelleria di
Teodosio I. Successivamente venne incluso nel
codice Teodosiano da
Teodosio
II.
«Vogliamo che tutte le nazioni che sono sotto nostro
dominio, grazie alla nostra carità, rimangano fedeli
a questa religione, che è stata trasmessa da Dio a
Pietro apostolo, e che egli ha trasmesso
personalmente ai Romani, e che ovviamente (questa
religione) è mantenuta dal
Papa Damaso e da
Pietro, vescovo di
Alessandria, persona con la santità apostolica;
cioè dobbiamo credere conformemente con
l'insegnamento apostolico e del
Vangelo nell’unità della natura divina di Padre,
Figlio e Spirito Santo, che sono uguali nella maestà
e nella
Santa Trinità. Ordiniamo che il nome di
Cristiani Cattolici avranno coloro i quali non
violino le affermazioni di questa legge. Gli altri
li consideriamo come persone senza intelletto e
ordiniamo di condannarli alla pena dell’infamia come
eretici, e alle loro riunioni non attribuiremo il
nome di chiesa; costoro devono essere condannati
dalla vendetta divina prima, e poi dalle nostre
pene, alle quali siamo stati autorizzati dal Giudice
Celeste.»
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Decreti Teodosiani.
Il decreto
del febbraio 391: vietato entrare nei templi
Il 24
febbraio 391 l'imperatore Teodosio, detto dai cristiani "Il Grande", battezzato
nel 380, emise il provvedimento legislativo "Nemo se hostiis polluat", che:
- rinnovava
la messa al bando di qualunque sacrificio, pubblico o privato;
- vietava le
tradizionali cerimonie di Stato ancora in uso a Roma:
- vietava per
la prima volta l'accesso ai santuari e i templi: "nessuno si avvicini agli
altari sacrificali, cammini all'interno dei templi o veneri immagini forgiate da
mani umane";
- proibiva in
maniera esplicita l'apostasia dal cristianesimo, pena la perdita dei diritti
testamentari.
Il decreto
del 16 giugno 391: estensione delle proibizioni
Il decreto
del 16 giugno 391, emanato ad Aquileia, estende le disposizioni precedenti anche
all'Egitto, dove Alessandria godeva, da antica data, di speciali privilegi
relativi ai culti locali, comprese le cerimonie sacrificali.
Il terzo editto del 391: distruggete i templi
Con il terzo
editto del 391 la persecuzione s'intensificò e molti si sentirono autorizzati ad
iniziare la distruzione degli edifici pagani.
Ad
Alessandria il vescovo Teofilo iniziò una sistematica campagna di distruzione
dei templi.
Il tempio di
Serapide, divinità greco-egizia che riuniva in sè Zeus ed Osiride, venne
assediato dai cristiani. Il vescovo Teofilo ed il prefetto Evagrio, insieme con
gli uomini della guarnigione militare, iniziarono l'opera di demolizione. Il
vescovo Teofilo volle dare il buon esempio dando il primo colpo contro la
colossale statua del dio Serapide.
Analoghi
episodi avvennero a Petra, Areopoli, Canopo, Eliopoli, Gaza e in molte altre
località.
In Gallia san
Martino di Tours non volle rimanere indietro rispetto al vescovo Teofilo ed
iniziò una campagna di distruzione.
Il sacro fuoco eterno che le
Vestali custodivano nel
tempio di Vesta nel
Foro Romano fu spento, e l'ordine stesso delle Vestali
sciolto. Le pratiche del vaticinio e della stregoneria venivano
severamente sanzionate. Inoltre Teodosio si rifiutò di
accogliere la richiesta dei membri pagani del
Senato di ricostruire l'altare
della Vittoria nell'aula del Senato. Teodosio cominciò a
coniare monete in cui era raffigurato mentre portava il
labaro.
Il quarto editto del 392: pena di morte
Il quarto
editto venne emanato a Costantinopoli da Teodosio l'8 novembre del 392.
L'editto
prevedeva:
- la pena di
morte per chi effettuava sacrifici e pratiche divinatorie
- la confisca
delle abitazioni dove si svolgevano i riti
- multe
pesanti per i decurioni che non applicavano fedelmente la legge
- la
proibizione di libagioni, altari, offerte votive, torce, divinità domestiche del
focolare, corone e ghirlande, fasce sugli alberi, ecc.
Nel
393, interpretando i
Giochi Olimpici come una festa pagana, Teodosio I decise di
porre fine ad una tradizione millenaria, ripresa solo nel
1896,
oltre 1500 anni dopo.