Le
religioni dei Greci e quella dei Romani
erano molto simili. Infatti, quando Roma, nel 146 a.C. conquistò la Grecia
ne assimilò usanze e divinità, cambiandone però il nome.
Si tratta di religioni politeiste, con divinità antropomorfe (dal greco
ανϑτωπος=uomo e
μορφη=forma), cioè con forma umana; erano del
tutto simili alle persone: stessi vizi, stesse virtù; si
distinguevano solo perché erano immortali e potenti. Il peccato più grave
per un uomo era proprio quello di voler diventare un dio. La loro
sede era l'Olimpo, un massiccio
montuoso presso il confine
settentrionale della Tessaglia, la cui vetta, alta 2985 metri e quasi
perennemente circondata da nubi, era difficilmente raggiungibile.
I greci erano molto sensibili alla religione; l'antica religione greca sorse dalla
fusione di culti di popolazioni del posto con le religioni delle
popolazioni indoeuropee che, provenienti dal nord, si stabilirono
in Grecia tra il XIX e il XVIII secolo a.C.
Concetto base della Grecia era la polis (città-stato): si trattava di una
comunità, non solo politica, ma anche religiosa; spesso, infatti, questa
comunità si metteva sotto la protezione di una propria divinità, alla quale in qualche modo venivano fatte
risalire le stesse leggi che regolavano la vita di quella città.
Inizialmente il culto avveniva nei santuari; col crescere delle città
sorsero dei templi, al centro della città o su un'altura. Le polis
formavano delle leghe, dette
anfizionie, a
carattere politico-religioso.
Inoltre, l'intera
civiltà greca aveva delle ricorrenze comuni, come le grandi
feste Panelleniche, che si svolgevano, a scadenze regolari, a Olimpia,
a Delfi, a Delo, a Samo e altrove dove sorgevano, appunto, i santuari
panellenici. In questi grandi santuari (come quello di Delfi, dedicato ad
Apollo e in quello di Donona, dedicato a Zeus), si riteneva che le divinità
manifestassero le loro volontà per mezzo degli oracoli.
Ad
Olimpia, nel Peloponneso, c'era il principale tempio dedicato a Zeus,
la divinità principale dei Greci, capo e sovrano di tutte le
divinità. Ad ogni divinità era dedicato un tempio dove si offrivano
sacrifici e si celebravano i riti. Il tempio principale della città sorgeva
nella zona più alta, l'acropoli.
Erano molto diffusi i misteri, ossia feste segrete frequentate da
coloro che non erano soddisfatti dai culti della religione ufficiale.
Il
pantheon (cioè
l'insieme delle divinità) di Roma
era molto popolato. Capo di tutti era Giove (dio degli dèi e del cielo);
seguiva sua moglie Giunone (dèa della famiglia); Minerva (dèa della
sapienza, dell'arte e protettrice di Roma); Marte (dio della guerra); Apollo
(dio della luce e della poesia).
Accanto a queste divinità c'erano gli
"spiriti protettori" del benessere familiare e sociale a cui si rivolgevano
riti privati in famiglia. Questi "spiriti protettori" erano i
Mani (spiriti
benevoli degli antenati ai quali rivolgersi nelle feste delle Parentalia,
quando il popolo si recava alle tombe per onorarli; i Penati, che garantivano il
benessere della famiglia, ricordati in ogni casa con delle statuette votive,
poste in una nicchia, spesso vicino al focolare domestico; i Lari,
protettori della proprietà famigliare, collocati e venerati in una nicchia
sul muro esterno della casa.
I Romani, a differenza dei greci,
ritenevano che la religione avesse anche una funzione sociale e politica:
doveva educare alla giustizia, alla rispetto e alla devozione verso lo Stato
e la famiglia. Infatti, la salvezza del popolo dipendeva dalla
"pax deorum": la "pace degli dèi" garantiva il benessere e la
prosperità dello Stato. Per ottenerla occorreva, in cambio, un corretto
rapporto religioso basato sulla
pietas.
La pietas indicava la devozione e
l'impegno verso le divinità, si manifestava attraverso due azioni
fondamentali: la guerra e il lavoro nei campi. Richiedeva anche grande
scrupolosità nell'eseguire le pratiche religiose, quindi - spesso - si dava molta
attenzione all'aspetto esteriore (al contrario della religione cristiana che
si diffonderà proprio nel cuore dell'Impero romano) nel fare riti e sacrifici durante i quali si
immolavano degli animali.
Molta importanza era data alla
divinazione (l'arte che si vanta di interpretare il futuro in
base ad alcuni segni). C'erano gli àuguri, che interpretavano
particolari segni chiamati "presagi" (come ad esempio i tuoni...) e gli
arùspici (che leggevano la volontà divina dalle viscere degli animali
appena uccisi).
Moltissimi
elementi di
questa antica religione sono arrivati ai nostri giorni e, spesso, con
lo
stesso significato che avevano in quel tempo.
Mòira (identificata, nel
periodo dell'ellenismo, con il fato
o il destino)
riti di
sepoltura
riti del
matrimonio
uso delle
ceneri
desiderio di
interrogare l'aldilà
concetto di
anima e corpo
netta
separazione tra sacro e profano
La mitologia greca sottolineava
la debolezza umana in contrasto con le grandiose e terribili forze
della natura. I greci consideravano immortali i propri dèi e ritenevano
sia le loro stesse vite sia le manifestazioni naturali interamente
dipendenti dal volere divino.
Ma gli stessi dèi, comunque, dovevano
sottostare ad una forza particolare: il Fato (o Destino, o Moira)
Generalmente, i rapporti tra dèi e uomini
erano amichevoli, ma gli dèi riservavano severe punizioni ai mortali
che esibivano comportamenti inaccettabili come autocompiacimento o
troppa ambizione, oppure sfoggiavano eccessive ricchezze. L'uomo era quindi
consapevole della distanza tra lui e le divinità, per questo poteva offrire
solo sacrifici e sperare nella benevolenza divina.
I momenti più significativi per offrire sacrifici erano: alla nascita di una nuova vita
umana, al matrimonio e alla morte; questi momenti erano infatti vissuti con
una particolare attenzione religiosa. Questi si svolgevano nel tempio.
Il tempio, che nelle sue forme doveva richiamare l'armonia del cosmo, era
costruito a misura d'uomo e la sua struttura era formata da eleganti serie
di colonne. Al suo centro si trovava la
cella sacra, ossia il
santuario vero
e proprio in cui la divinità faceva sentire in modo particolare la sua
presenza, con la statua della divinità. Il santuario era considerato la casa
terrena della divinità e vi potevano entrare solo i sacerdoti; la gente
assisteva ai riti dall'esterno, dove era collocato l'altare.
I riti prevedevano sacrifici agli dei e si distinguevano in
sacrifici di
venerazione (per manifestare rispetto e ringraziamento); sacrifici di
propiziazione (per placare e rendere benevola e favorevole la divinità, per
chiudere aiuto e prosperità); sacrifici di riparazione (per rimediare a
colpe e offese fatte alle divinità).
I sacrifici potevano essere cruenti
(cioè con spargimento di sangue perché si uccidevano animali) oppure
incruenti (quando si offrivano prodotti della terra e incenso). L'animale,
prima di essere ucciso ai piedi dell'altare, veniva agghindato; veniva poi
bruciato sull'altare in modo che la fiamma sacra bruciasse i resti
dell'animale e il fumo salisse verso le divinità. La carne veniva consumata
dai sacerdoti e dai fedeli durante il banchetto sacro, banchetto in cui la
divinità era considerata misteriosamente presente.
L'aldilà
non era meritato in base al comportamento, come
invece abbiamo visto per gli Egizi, ma si andava nell'aldilà
buono (Campi Elisi) o cattivo (Tartaro) in base al capriccio degli
dèi che, per semplice simpatia. C'era poi la Prateria degli Asfodeli, riservata a chi
non era stato né giusto né gravemente malvagio.
L'Ade era un luogo
inaccessibile e non ben identificabile; si riteneva che avesse però degli
sbocchi naturali in luoghi misteriosi: qui era possibile una comunicazione
con i defunti mediante delle profetesse (come Sibilla, Pizia a Delfi,
ecc...) che avendo consacrato la propria vita a una divinità particolare e
vivendo nel suo santuario, avevano ricevuto in dono la capacità di potersi
mettere in contatto con l'aldilà.
Per i Romani il regno dei morti era chiamato Inferi ed era collocato
anche per essi nel sottosuolo, un regno in cui le anime erano ridotte a
ombre tristi che non potevano provare né gioia né dolore; solo gli eletti
potevano arrivare all'Eliseo, l'isola dei beati e avere una vita,
nell'aldilà, felice.
Tra i Romani vi erano sacerdoti
(persone sacre)
e pontefici; questi stabilivano il calendario delle feste;
il calendario prevedeva
giorni fasti (dedicati alle attività varie, profane) e giorni nefasti
(dedicati
alle celebrazioni dei riti e delle feste sacre e durante i quali non si poteva
fare altro).
C'è
comunque da dire che l'aldilà, in generale, era un luogo
ampio e oscuro nelle profondità della terra: eroi e vili,
giusti e ingiusti dovevano andare tutti in quel luogo; lì
vivevano come ombre rimpiangendo per sempre la vita perduta. Secondo
Esiodo, solo ad alcuni uomini, gli dèi concedevano di vivere
nei Campi Elisi (ma sempre uomini scelti per simpatia dagli
dèi).
Con questo
tipo di
religione che dà molta importanza al Fato (Destino) viene a mancare la giustizia da parte degli dèi
(non si era
infatti ricompensati in base alla vita che si era vissuta) e la
responsabilità da parte delle persone (ci si poteva
comportare male o
bene, l'aldidà dipendeva comunque solo dal capriccio degli
dèi).
Dal
IV secolo a.C., si sviluppò l'idea che non era giusto
né responsabile, che tutti andassero nell'Ade o che pochi,
per preferenza degli dèi, andassero nei Campi Elisi, ma si
capì che l'aldilà doveva essere meritato. Solo
gli assassini, i suicidi, i cattivi cittadini, coloro che non si erano
mostrati misericordiosi verso i genitori e gli stranieri potevano essere
esclusi dai Campi Elisi.
Relativamente al
concetto
di corpo e anima,
c'è da dire che
per la religione greca, l'uomo è composto da due parti: un
corpo mortale ed una parte immortale, chiamata
eidolon
(aspetto vitale). L'eidolon,
chiuso nella tomba o prigione
del corpo, doveva purificarsi per essere degno di una vita felice nei
Campi Elisi.
Questo concetto è arrivato fino ai nostri
giorni, è infatti presente in molte religioni importanti.
Il corpo doveva essere sempre seppellito; uno dei crimini
peggiori per la società greca era quello di non dare sepoltura ai morti
(vedi l'Antigone, una tragedia di Sofocle):
questa colpa ricadeva non solo sui componenti della famiglia del defunto, ma
sull'intera città. Era quindi necessaria l'inumazione (cioè la
sepoltura o il sotterramento del defunto), cosa che avveniva all'inizio del
nuovo giorno, in modo che non fosse contaminata la luce del sole.
Grande
importanza hanno Esiodo
e Omero,
per poter comprendere il mondo
religioso dei Greci.
Di
Esiodo restano due poemi:
la Teogonia
(1022 versi) e Le opere e i
giorni (828 versi). Il primo poema si propone di sistemare in modo organico e razionale l'immenso
materiale mitologico presente nelle tradizioni religiose, nelle
credenze popolari e nella
poesia eroica. Dopo aver cantato l'origine dell'universo dal Caos, il
poeta enumera tutte le generazioni divine fino al regno di Zeus.
Il
nucleo
concettuale delle Opere
e i giorni è l'elogio
del lavoro e della giustizia. Il lavoro è una
necessità morale imposta agli uomini dagli dèi:
solo chi
lavora può essere un uomo giusto.
Lo
sport, per i Greci, aveva una grande
importanza. Era utilizzato come un mezzo per allontanare il
senso della morte, per sottolineare la bellezza dell'uomo, per rendere
culto agli dei: lo sport ebbe quindi anche carattere sacro. Proprio
nella Grecia antica, il re di Elide, Ifito, nel 776 a.C. ,
istituì i primi Giochi
olimpici. Le due
opere
attribuite ad
Omero, l'Iliade e l'Odissea, parlano moltissimo di questi giochi.
Comprendevano una sola
gara, lo Stadio, una corsa veloce sulla distanza
di 192 metri. Dal 728 a.C. vennero autmentati i giochi e
furono ammesse a parteciparvi tutte le popolazioni dell'Ellade.